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Dalle competenze di base alle competenze chiave

di Federico Batini

Se un inizio bisogna porlo possiamo partire dall'accordo sancito a Lisbona dove vengono definiti, il 23 e 24 marzo 2000, gli obiettivi dei sistemi europei di istruzione e formazione per il 2010 (è noto che da tali obiettivi, ad oggi, siamo molto lontani).

Molto importante risulta poi la decisione, avvenuta quattro anni dopo, nel 2004 per un "Quadro comunitario unico per la trasparenza delle qualifiche e delle competenze" meglio conosciuta come "Europass".

Il 18 dicembre 2006 il Parlamento Europeo ed il Consiglio dell'Unione Europea hanno adottato una raccomandazione denominata Competenze chiave per l'apprendimento permanente nella quale si richiede ad ogni sistema di istruzione e formazione di "offrire a tutti i giovani gli strumenti per sviluppare le competenze chiave a un livello tale che li prepari alla vita adulta e costituisca la base per ulteriori occasioni di apprendimento, come anche per la vita lavorativa [...] Le competenze chiave sono quelle di cui tutti hanno bisogno per la realizzazione e lo sviluppo personali, la cittadinanza attiva, l'inclusione sociale e l'occupazione."

In questo fondamentale documento vengono individuate otto competenze chiave: comunicare nella madrelingua, comunicazione in lingue straniere, competenza matematica e competenze di base in campo scientifico e tecnologico, competenza digitale, imparare a imparare, competenze sociali e civiche, senso di iniziativa e imprenditorialità, consapevolezza ed espressione culturali.

In un documento tecnico dell'Accordo Stato - Regioni del gennaio 2004 vengono definiti gli standard formativi minimi, articolati per aree disciplinari, mirati a garantire pieni diritti di cittadinanza a partire dal possesso di un quadro culturale di base, in relazione ai percorsi di integrazione tra istruzione e formazione professionale. Gli standards sono aggregati per area : area dei linguaggi, area socioeconomica, area scientifica, area tecnologica. Le quattro aree sono il frutto di una mediazione tra la tradizione disciplinare dei percorsi scolastici arricchita dai contenuti emergenti che interessano il panorama culturale dell'istruzione e della formazione di base rivolta agli adulti, ma anche tutta quell'area grigia che sta in un incrocio difficilmente districabile tra animazione socioculturale, attività di volontariato, formazione professionale e terzo settore.

Sono stati prodotti 40 standards, ciascuno articolato mediamente in cinque livelli, ciascun livello a sua volta strutturato in 10/15 articolazioni.

Ciascuna area accoglie un numero variabile di standard. Le descrizioni comprendono quella dello standard, dei livelli e delle articolazioni di ciascun livello.

Ciascuna descrizione si presenta come un oggetto articolato che va letto nel suo complesso per poterne ricavare il senso che esso può assumere per le attività formative.

Questo accordo è seguito, nell'ottobre dello stesso 2004, da un ulteriore accordo relativo alla certificazione finale e intermedia ed al riconoscimento dei crediti formativi.

In questo quadro va letto anche l'accordo Stato – Regioni dell'ottobre 2006 che definisce gli standard formativi minimi relativi alle competenze tecnico professionali (individuando le prime 14 figure) e stabilisce di procedere in direzione "di un repertorio delle competenze tecnico professionali in una prospettiva di raccordo con un quadro comune nazionale di standard professionali". A questo sono seguiti altri provvedimenti ed accordi.

 

1 Debbono essere inoltre considerati come riferimenti fondamentali per la comprensione dei documenti citati (che servono solo come sintesi e rappresentano alcune "stazioni" di un lungo percorso) i seguenti documenti europei: Gli obiettivi futuri e concreti dei sistemi di istruzione e formazione, febbraio 2001; Consiglio europeo di Barcellona. Conclusioni della Presidenza, marzo 2002; European report on quality indicators of LLL, giugno 2002; Il processo di Copenaghen (dossier) novembre 2001- novembre 2002; The Copenaghen Declaration, novembre 2002; Consiglio europeo di Bruxelles. Conclusioni della Presidenza, marzo 2003; Istruzione e formazione 2010. Urgenza delle riforme per la strategia di Lisbona febbraio 2004; Istruzione, gioventù, cultura, maggio 2004; Maastricht Communiqué on the futures priorities of enhanced european cooperation in vocational education and training, dicembre 2004

2 Direttiva n. 22 del 6 febbraio 2001.

(per approfondimenti si veda: F. Batini, G. Del Sarto, M. Perchiazzi, 2007, Raccontare le competenze, Massa, Transeuropa; F. Batini, 2011, Storie, futuro e controllo, Napoli, Liguori; F. Batini, S. Cini, A. Paolini, Le 16 competenze di base, Lecce-Brescia, Pensa Multimedia; F. Batini, a cura di, 2012, FLFL. Diario di bordo, Lecce-Brescia, Pensa Multimedia )

Per ordini e contatti: info@pratika.net info@theleme.it tel. 0575380468

Animazione

Mi leggi (racconti) una storia?

Quanti di noi, genitori, educatori, insegnanti, animatori, si sono sentiti fare questa domanda. Forse è passato molto tempo, ma ci sono ottime probabilità che la stessa domanda l'abbiamo fatta an che noi, tanti anni prima a qualcuno degli adulti significativi che ci circondavano. Ascoltare una storia, leggere una storia è un processo estremamente semplice, familiare a ciascuno di noi ed, al tempo stesso, qualcosa di estremamente complesso, che chiama in causa processi cognitivi ed emotivi, che struttura i modi con i quali diamo senso e significato agli eventi della vita ed alla vita medesima, che ci "forma" in un senso molto più ampio di quello che pensiamo. Da millenni presso le comunità umane i genitori attraverso fiabe e favole forniscono una prima chiave di lettura per l'esperienza dei figli (più avanti rifletteremo dunque sulla scelta e sulla modificazione, nel corso del tempo, di questo tipo di storie)1.

Tutti (o quasi) abbiamo qualche ricordo legato a qualcuno che, più probabilmente quando eravamo bambini (ma non soltanto, visto il fiorire di associazioni e gruppi legati alla lettura ad Alta Voce come LaAV – www.narrazioni.it) ci ha raccontato o letto ad alta voce delle storie. Questo ricordo è, solitamente, estremamente piacevole e si pone in contraddizione con l'esperienza che, successivamente, molti di noi hanno fatto della lettura nell'istruzione scolastica, specie in quella di secondo grado. Lì spesso la lettura viene avvertita come un obbligo, come un dovere, come qualcosa che "si deve fare" e non viene collegata, in alcun modo, all'esperienza personale, anzi si colloca in un'area che appare, per molteplici motivi, quanto di più lontano possa esserci dall'esperienza di vita quotidiana. Quando la lettura diventa un modo per verificare la conoscenza dei generi letterari o per iniziare un'analisi del testo, quando ciò che ci viene proposto è funzionale alla lettura di saggi critici o non intercetta, in alcun modo, la nostra esperienza personale... la lettura perde il proprio senso principale, quello di consentirci repertori di esperienza protetta, di mettere in parola sensazioni, emozioni, eventi della nostra esperienza personale, quella, in poche parole, di arricchire la nostra vita.

La lettura, insomma, trova nella scuola, che dovrebbe favorirla, praticarla, farla sperimentare una battuta di arresto (i motivi sono molteplici: dalla scelta dei testi alla modalità di utilizzo degli stessi nell'esperienza scolastica). A volte, però, dopo la delusione ed il conseguente allontanamento scolastico, il rapporto con la lettura riemerge, trovando strade e percorsi particolarissimi (e personalissimi) per conquistarsi un proprio spazio. Quando questo accade possiamo procedere a ritroso per scoprire che, almeno una volta, nella vita, solitamente nella prima infanzia, c'è stato un rapporto positivo con la lettura e con le storie. Le storie che vengono lette e raccontate nella prima infanzia hanno dunque un effetto di lungo periodo, molto superiore al gradimento ed alla sensazione di accudimento (che già non sono poca cosa) che si sperimenta nell'immediato. Questo effetto produce, magari a quindici anni di distanza, un'affezione duratura alla lettura, ma ha prodotto anche effetti cognitivo-emotivi che ci hanno sostenuto e ci hanno permesso di "leggere" il mondo intorno persino nel periodo di distanza e rifiuto della lettura stessa.

Le storie di ciascuno di noi crescono ogni giorno, ogni giorno si arricchiscono e si modificano: quelle che ci raccontano e ci raccontiamo, quelle che ascoltiamo, leggiamo, sentiamo, viviamo, quelle in cui, persino senza esserne coscienti, ci imbattiamo (le storie contenute nelle pubblicità, nelle fiction televisive, le storie on line...).

1 Nell'ambito della 9a Fiera nazionale della piccola e media editoria Più libri più liberi 2010, il Gruppo di servizio per la letteratura giovanile ha organizzato il Convegno Dove vai principe azzurro? Fiabe di ieri e di oggi. Nell'ambito di quel Convegno è stata organizzata un'indagine (pur senza ambizioni di rappresentatività e generalizzabilità e presentandosi come sondaggio) estremamente indicativa circa la frequentazione delle fiabe. Da questo sondaggio emerge che le quattro fiabe preferite risultano essere Pinocchio (19%), seguita da Cenerentola (17%) e da Gli Aristogatti e Biancaneve (entrambi con l'11%), percentuali significative sono riscontrate anche per La Sirenetta, La Bella e La Bestia e La Bella Addormentata (tutte e 3 al 6%). Il 66% degli adulti intervistati ha dichiarato di leggere fiabe ai propri bambini ed alunni e alla domanda su chi leggesse loro fiabe quando erano bambini il 71% ha dichiarato che erano i genitori mentre il restante 29% ha risposto i nonni (con occorrenze pari a zero per gli insegnanti!). Soltanto il 42% degli intervistati (costituito in gran parte da insegnanti, bibliotecari, educatori, ... addetti ai lavori, insomma) ha dichiarato di conoscere fiabe con testo italiano e testo originale a fronte (anche se poi l'85% li ritiene utili). Il 100% degli intervistati ritiene (e questo è un dato di particolare rilevanza) che esista un limite di età per leggere le fiabe. Per il tema trattato in questo volume di particolare rilevanza la domanda circa l'effetto e le possibilità offerte dalle fiabe: il 27% ritiene che con le fiabe si possa "fantasticare" e un altro 27% ritiene che si possa "sognare", il 19% ritiene che attraverso le fiabe si possa "sviluppare una mentalità aperta e flessibile", il 15% "arricchire le conoscenze culturali" e soltanto il 12%, infine, pensa che si possano "individuare simboli e metafore". Si evince come la funzione di intrattenimento e di "gioco" sia quella più facilmente attribuita alle fiabe medesime. Alla domanda sulla fruizione delle fiabe attraverso il mezzo televisivo o cinematografico e quale conoscenza delle fiabe esso veicoli le risposte sono state: alternativo (31%), incompleto (31%), originale (18%), pregiudiziale (14%), sufficiente (6%). Il sondaggio in forma completa è edito sulla Rivista "Pagine giovani. Rivista del Gruppo di Servizio per la Letteratura Giovanile", Anno XXXV, 147, n. 1 gennaio‐marzo 2011 (pagg. XV‐XX)

 

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