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I giudizi degli allievi del corso per: Animazione di comunità

Abbiamo posto ad alcuni partecipanti delle scorse edizioni le stesse domande. Queste le loro risposte:

"Lavoro presso due circoli gestiti dalla Nuova Arci Ragazzi da circa 2 anni. Dalla fine del corso , prima di approdare all’impiego attuale, ho lavorato come civilista e svolto qualche intervento con gli operatori di strada. Il corso per animatore di comunità mi è stato utile per formare un curriculum più ricco e per fornirmi alcune professionalità. Se qualcuno fosse indeciso se partecipare a meno al corso per ANIMATORE DI COMUNITA' gli consiglierei di farlo, scegliendo poi uno stage che possa aiutarlo per un’eventuale inserimento lavorativo futuro". C. A. - Arezzo

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"Da quando ho concluso il corso per animatore di comunità, lavoro per una cooperativa come animatrice presso la casa di riposo di Foiano e Lucignano. Quest'anno ho collaborato anche ad un progetto per il  comune di Marciano con persone in situazione di disagio. Il corso per ANIMATORE DI COMUNITA' è stato veramente un punto di inizio fondamentale per la mia esperienza lavorativa. A diverse persone ho parlato bene dell’esperienza, spingendole a chiedere informazioni sul corso". G. V. - Arezzo

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"Attualmente sono in attesa di rinnovo del contratto presso il centro commerciale “Il magnifico” come addetta sorveglianza dei bambini ospiti della struttura-parco giochi “Nemo”. Sin dalla fine del corso ho lavorato con la cooperativa Koinè negli asili nido comunali. Le lezioni mi sono servite per apprendere e mettere in pratica nuove tecniche ludiche coi bambini, mentre lo stage per imparare e osservare di persona i

loro bisogni. Sulla base della mia esperienza come ex-allieva, consiglierei a chi fosse indeciso se iscriversi di farlo, perchè dal punto di vista lavorativo il percorso permette di entrare in contatto e seguire una o più comunità di persone (adolescenti, anziani o bambini). Ma soprattutto lo stage ti permette di farti conoscere dal punto di vista professionale, entrare nel mondo del lavoro e, con la collaborazione di chi ti affianca, scegliere il percorso più adatto  alle proprie aspirazioni lavorative". C. L. - Arezzo

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Cosa determina la scelta del corso: le dichiarazioni di alcuni nostri allievi

"Desideravo sentirmi veramente coinvolta in un progetto dal quale potessi trarre nuovi stimoli e soddisfazioni nel campo dei rapporti umani. Volevo mettermi in gioco e scoprirmi nuovamente, verificando se realmente c’è una corrispondenza nella realtà col mio desiderio di confronto e scoperta con il mondo dell’infanzia. Un altro elemento è stato l’insoddisfazione di base e la noia del mio vecchio contesto lavorativo". Z. M. - Perugia

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"Volevo riqualificare e riordinare le conoscenze da me acquisite con l’esperienza lavorativa del nido. Avevo voglia di scoprire il mondo del sociale in tutti i suoi aspetti e di conoscere le varie professionalità che vi operano. Era importante ottenere una qualifica riconosciuta dalla legge 32 per operare nel settore sociale e da potere aggiungere al c.v. Così ho saputo della possibilità di accedere al finanziamento per la formazione della carta ila, e di avere agevolazioni per i costi di iscrizione". G. D. - Arezzo
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"Sentivo il bisogno/necessità di acquisire delle conoscenze di base in materia di psicologia/pedagogia, di acquisire tecniche utili nelle gestione di gruppi, di riorganizzare le tecniche sperimentate in diversi contesti, di condividere ed applicare la filosofia del Life-Long-Learning.

Ho conosciuto persone che hanno già frequentato questo corso e che mi sono state di aiuto nella scelta". P. R. - Arezzo

Animazione

Mi leggi (racconti) una storia?

Quanti di noi, genitori, educatori, insegnanti, animatori, si sono sentiti fare questa domanda. Forse è passato molto tempo, ma ci sono ottime probabilità che la stessa domanda l'abbiamo fatta an che noi, tanti anni prima a qualcuno degli adulti significativi che ci circondavano. Ascoltare una storia, leggere una storia è un processo estremamente semplice, familiare a ciascuno di noi ed, al tempo stesso, qualcosa di estremamente complesso, che chiama in causa processi cognitivi ed emotivi, che struttura i modi con i quali diamo senso e significato agli eventi della vita ed alla vita medesima, che ci "forma" in un senso molto più ampio di quello che pensiamo. Da millenni presso le comunità umane i genitori attraverso fiabe e favole forniscono una prima chiave di lettura per l'esperienza dei figli (più avanti rifletteremo dunque sulla scelta e sulla modificazione, nel corso del tempo, di questo tipo di storie)1.

Tutti (o quasi) abbiamo qualche ricordo legato a qualcuno che, più probabilmente quando eravamo bambini (ma non soltanto, visto il fiorire di associazioni e gruppi legati alla lettura ad Alta Voce come LaAV – www.narrazioni.it) ci ha raccontato o letto ad alta voce delle storie. Questo ricordo è, solitamente, estremamente piacevole e si pone in contraddizione con l'esperienza che, successivamente, molti di noi hanno fatto della lettura nell'istruzione scolastica, specie in quella di secondo grado. Lì spesso la lettura viene avvertita come un obbligo, come un dovere, come qualcosa che "si deve fare" e non viene collegata, in alcun modo, all'esperienza personale, anzi si colloca in un'area che appare, per molteplici motivi, quanto di più lontano possa esserci dall'esperienza di vita quotidiana. Quando la lettura diventa un modo per verificare la conoscenza dei generi letterari o per iniziare un'analisi del testo, quando ciò che ci viene proposto è funzionale alla lettura di saggi critici o non intercetta, in alcun modo, la nostra esperienza personale... la lettura perde il proprio senso principale, quello di consentirci repertori di esperienza protetta, di mettere in parola sensazioni, emozioni, eventi della nostra esperienza personale, quella, in poche parole, di arricchire la nostra vita.

La lettura, insomma, trova nella scuola, che dovrebbe favorirla, praticarla, farla sperimentare una battuta di arresto (i motivi sono molteplici: dalla scelta dei testi alla modalità di utilizzo degli stessi nell'esperienza scolastica). A volte, però, dopo la delusione ed il conseguente allontanamento scolastico, il rapporto con la lettura riemerge, trovando strade e percorsi particolarissimi (e personalissimi) per conquistarsi un proprio spazio. Quando questo accade possiamo procedere a ritroso per scoprire che, almeno una volta, nella vita, solitamente nella prima infanzia, c'è stato un rapporto positivo con la lettura e con le storie. Le storie che vengono lette e raccontate nella prima infanzia hanno dunque un effetto di lungo periodo, molto superiore al gradimento ed alla sensazione di accudimento (che già non sono poca cosa) che si sperimenta nell'immediato. Questo effetto produce, magari a quindici anni di distanza, un'affezione duratura alla lettura, ma ha prodotto anche effetti cognitivo-emotivi che ci hanno sostenuto e ci hanno permesso di "leggere" il mondo intorno persino nel periodo di distanza e rifiuto della lettura stessa.

Le storie di ciascuno di noi crescono ogni giorno, ogni giorno si arricchiscono e si modificano: quelle che ci raccontano e ci raccontiamo, quelle che ascoltiamo, leggiamo, sentiamo, viviamo, quelle in cui, persino senza esserne coscienti, ci imbattiamo (le storie contenute nelle pubblicità, nelle fiction televisive, le storie on line...).

1 Nell'ambito della 9a Fiera nazionale della piccola e media editoria Più libri più liberi 2010, il Gruppo di servizio per la letteratura giovanile ha organizzato il Convegno Dove vai principe azzurro? Fiabe di ieri e di oggi. Nell'ambito di quel Convegno è stata organizzata un'indagine (pur senza ambizioni di rappresentatività e generalizzabilità e presentandosi come sondaggio) estremamente indicativa circa la frequentazione delle fiabe. Da questo sondaggio emerge che le quattro fiabe preferite risultano essere Pinocchio (19%), seguita da Cenerentola (17%) e da Gli Aristogatti e Biancaneve (entrambi con l'11%), percentuali significative sono riscontrate anche per La Sirenetta, La Bella e La Bestia e La Bella Addormentata (tutte e 3 al 6%). Il 66% degli adulti intervistati ha dichiarato di leggere fiabe ai propri bambini ed alunni e alla domanda su chi leggesse loro fiabe quando erano bambini il 71% ha dichiarato che erano i genitori mentre il restante 29% ha risposto i nonni (con occorrenze pari a zero per gli insegnanti!). Soltanto il 42% degli intervistati (costituito in gran parte da insegnanti, bibliotecari, educatori, ... addetti ai lavori, insomma) ha dichiarato di conoscere fiabe con testo italiano e testo originale a fronte (anche se poi l'85% li ritiene utili). Il 100% degli intervistati ritiene (e questo è un dato di particolare rilevanza) che esista un limite di età per leggere le fiabe. Per il tema trattato in questo volume di particolare rilevanza la domanda circa l'effetto e le possibilità offerte dalle fiabe: il 27% ritiene che con le fiabe si possa "fantasticare" e un altro 27% ritiene che si possa "sognare", il 19% ritiene che attraverso le fiabe si possa "sviluppare una mentalità aperta e flessibile", il 15% "arricchire le conoscenze culturali" e soltanto il 12%, infine, pensa che si possano "individuare simboli e metafore". Si evince come la funzione di intrattenimento e di "gioco" sia quella più facilmente attribuita alle fiabe medesime. Alla domanda sulla fruizione delle fiabe attraverso il mezzo televisivo o cinematografico e quale conoscenza delle fiabe esso veicoli le risposte sono state: alternativo (31%), incompleto (31%), originale (18%), pregiudiziale (14%), sufficiente (6%). Il sondaggio in forma completa è edito sulla Rivista "Pagine giovani. Rivista del Gruppo di Servizio per la Letteratura Giovanile", Anno XXXV, 147, n. 1 gennaio‐marzo 2011 (pagg. XV‐XX)

 

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