pratika

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Patrocini

I patrociniI PATROCINI

Il convegno ha ricevuto, per il suo alto livello di contenuti e l'interesse che i temi dell'Orientamento Narrativo stanno riscuotendo in tutto il paese, il patrocinio di numerosi enti pubblici e università.

 

Con il contributo e il Patrocinio di: 

Provincia di Arezzo    USP Arezzo    USP Grosseto    Provincia di Grosseto

 

Con il Patrocinio di:

Regione Toscana    Regione Puglia Regione Veneto

 

 Università di Trieste    ISFOL    Università degli Studi di Padova

 

Università degli Studi di Firenze    Università degli Studi di Siena    Università di Napoli l'Orientale

 

Università degli Studi di Foggia    Università degli Studi di Perugia

 

Camera di Commercio di Arezzo    Polo Universitario di Grosseto    Associazione Nausika

 

ADI    AISE    Scuola di Competenze Sociali     APT Arezzo

Animazione

Malcom Knowles definisce una teoria andragogica come modello di processo in contrapposizione a quella per contenuti. Le principali distinzioni tra pedagogia e andragogia possono essere sintetizzati così...

Leggi tutto  

Partecipazione

Risoluzione del Parlamento europeo sull'omofobia in Europa (18/01/2006)

Leggi tutto  

Formazione

La matrice di Eisenhower è un supporto alle decisioni. La schematizzazione aiuta nell'individuazione più appropriata di cosa e quando fare qualcosa.
Leggi tutto  

Orientamento

di Simone Cini

Le cose che sono scritte qui sotto sono appunti buttati giù qualche tempo fa. Devono essere presi come tali quindi pieni di refusi, sbaffature, imprecisioni, contraddizioni. Ripeto che sono cose buttate giù così. Qui si va da "Raccontami chi sei..." a "L'illustre sconosciuto"

RACCONTAMI CHI SEI...

...la vita consiste in proposizioni sulla vita...

Stevens Wallace

Il racconto comincia con la nascita stessa dell'umanità.

Il racconto è presente in ogni tempo ed in ogni luogo, nelle forme più varie, nessuna società si è sviluppata senza portarsi dietro una quantità innumerevole di narrazioni, di miti e storie che hanno contribuito in maniera potente alla costruzione delle sue fondamenta.

Ma questo non è un libro di letteratura né di antropologia, è un libro dove si parla di storie di vita, dove viene dato valore alle storie di ciascuno e al senso che da queste è prodotto.

Questo in quanto la narrazione, come attività orale o sotto forma di segni, da sempre è stato utilizzato per rendere persistenti nel tempo le nostre esperienze, ma anche come modo per rendersi cosciente dei propri cambiamenti, come una tappa fondamentale per riflettere intorno a sé stesso, al proprio vissuto e al personale, atteso o forse soltanto sperato, futuro.

QUELLA VOLTA CHE NOI...

Quello a cui guardavamo con una certa titubanza, ma anche con un grande rispetto e consapevoli del nostro debito, erano quelle metodologie dell'orientamento che troppo spesso non centravano la loro attenzione sulla specificità degli individui.

Certamente queste mantenevano l'obiettivo di dare potere al soggetto ma, spesso, si limitavano ad una prospettiva informativa o in una riassuntiva ricerca di attitudini e motivazioni.

Non pensavamo di negare la capacità di certi strumenti, investigativi o metodologici, ma ci ponevamo la domanda di come tali strumenti potessero essere sempre e comunque adeguati alle situazioni nelle quali vengono applicati.

Questo perché pensando di produrre dati oggettivi, sempre validi, riescono a fornire, spesso, generalizzazioni significative a livello di statistiche ma meno ricche di significati per i singoli soggetti. Chi si ricorda della storia del signore che si mangia entrambi i polli ordinati con l'amico e per la statistica risultava un'equa divisione?

Sarebbe come utilizzare, per dipingere le sfumature del rosso, sempre lo stesso colore: otterrei una sola striscia di una sola tonalità. Anche se più impegnativo sarebbe meglio sfumarlo e mischiarlo con altri colori per tentare di rimanere più vicino possibile alla realtà.

Sentivamo che non era sufficiente proprio per la limitatezza e le caratteristiche intrinseche dell'informazione: da una parte granitica per l'implicito, apparente, alone di verità e dall'altro impalpabile proprio per il mondo che la circonda, per le distorsioni che subisce.

Ugualmente per quanto riguarda le attitudini e le motivazioni che ritenevamo utili per il momento specifico ma poi, proprio per la stessa mobilità del contesto nel quale si devono inserire, da considerare come un qualcosa sul quale riflettere.

EMERGENZA EMERGENZE

Avviene allora qualcosa. Si evidenziano dei momenti importanti per l'individuo e per il mondo. C'è il bisogno di aiutare il soggetto ad essere attore protagonista della società, di non lasciarlo in balia del flusso e degli imprevisti.

Emergenze come necessità di mettere in atto un qualche cosa per rispondere alle richieste impellenti che ci vengono poste, come evento – o persona, o idea – che emerge e si situa in maniera visibile rispetto al resto ma anche che si pone nella condizione di osservare da un altro livello quanto non è emerso.

Questo suo emergere però deve necessariamente fuggire da personalismi autocelebrativi, non c'è bisogno di persone con manie di grandezza.

Il detto popolare chi fa da sé fa per tre sarà vero quando si tratta di piccoli lavori domestici, certamente non quando si tratta di vivere.

La percezione di persona che osserva e agisce – che emerge – in un contesto è possibile esclusivamente come confronto, come riconoscimento e valorizzazione dell'altro, come consapevolezza del momento comune che ci comprende.

In più abbiamo parlato di emergenze, al plurale, in modo da non lasciar dubbi sulla molteplicità di bisogni a cui c'è da dare risposta ma anche alla varietà di risposte che ad ogni problema si possono dare.

Quindi è evidente come esista anche l'esigenza di non rendere un'emergenza un qualcosa alla quale dare soluzioni precostruite e affrettate, un qualcosa, invece, che trovi risposta nella riflessione e nella conoscenza comunicata e messa in relazione con quella degli altri.

ESPERTI DI VITA?

Un esperto è un uomo che ha smesso di pensare. Perché dovrebbe pensare? È un esperto.

Frank Lloyd Wright

La nostra condizione, quello che ci succede intorno non ci permette né di scappare né di essere disattenti.

Non si tratta di stare sempre sul chi vive, sarebbe insopportabile e opprimente, è che bisogna occuparsi di noi ricercando la massima lucidità e coscienza in quanto quello che prima ci appariva lineare adesso non lo è più.

Sempre più ci ritroviamo intimoriti dall'impegno di mettere in pratica un progetto di vita che sia realmente ricco di significato.

Ogni luogo è pieno di persone esperte; tutti noi ci sentiamo esperti in qualcosa e spesso ci entusiasmiamo per alcune delle opportunità che ci vengono offerte anche se molte volte, dopo grandi slanci e grandi riflessioni, ci ritroviamo ad essere soltanto spettatori attendisti.

Aspettiamo il momento giusto, la grande occasione, il giusto compagno di viaggio e ci lasciamo cogliere dal tedio e dalla frustrazione.

Sorgono allora le domande che logorano, gli interrogativi del tipo ma se avessi fatto..., ma se avessi scelto..., accidenti a quando ho dato ascolto...

PERCHÉ RACCONTARE?

Di una cosa eravamo certi: il compito dell'orientamento doveva continuare ad essere quello di dare potere alle persone, di continuare anche quella parte d'informazione e individuazione delle attitudini e motivazioni ma doveva, per rendere significativo l'intervento, consentire ai soggetti di progettare il proprio divenire, riflettere sulla propria identità e costruire significati.

Un breve inciso: quando parliamo di dare potere alle persone non intendiamo parlare di potere personale, di potere politico o sulle altre persone ma di potere su sé stessi, sulla propria vita.

Non potevamo limitarci a pesare e spiegare, avremmo assistito ad una semplice misurazione perdendo di vista le storie di quelle persone, addirittura in certi casi mettendoci in contrapposizione ad esse.

Non c'interessava la Storia con la esse maiuscola ma tutte quelle piccole storie che raccontano la loro particolarità, che sono una costellazione di saperi, di visioni del mondo che vengono ogni giorno messe in discussione e contribuiscono a costruire l'universo ognuna secondo il proprio punto di vista, ognuna scritta in modo da dare, a chi ne è portatore, il senso della propria vita, del suo essere individualità sociale.

Pensammo quindi di appropriarci di riflessioni già abbondantemente prese in considerazione e sviluppate in altri ambiti dei saperi letterari, filosofici e sociali e trasferirli nel mondo dell'orientamento.

La narrazione è stato il nostro punto d'arrivo, la capacità che ha di costruire significati e non di spiegarli. Questa affermazione può lasciare interdetti, lasciamola in sospeso e proviamo a pensare in che modo cerchiamo di comprendere ciò che accade.

Lasciando da parte il fatalismo tendiamo a ricercare il senso degli accadimenti inserendoli in una narrazione personale. Ripercorrendo la nostra storia ci rendiamo conto di come questa assuma un valore unico ma non immodificabile, di come la piccola cosa che mi è successa oggi riesca a trovare spazio nella mia vita armonizzandosi con gli altri momenti, me la giustifico e, se è abbastanza importante, cambia il mio passato, il racconto del mio passato.

Ma comunque sia la storia non è mai conclusa; quando ci raccontiamo non facciamo una semplice cronistoria della nostra esistenza ma è spontanea l'analisi, mettiamo in moto dei processi di riflessione su noi stessi che si muovono tra passato, presente e futuro e nei quali prendono voce le nostre aspettative, gli intoppi e le prove.

Del resto non è forse prima di tutto con il nostro raccontarci storie, come abbiamo detto precedentemente, che costruiamo una visione organica sul nostro essere al mondo? Non è con le storie che giustifichiamo il nostro agire ed il nostro pensare?

Ci viene quindi naturale riflettere su come le esperienze che ciascuno ha e le vite di ognuno ci facciano depositari di storie e "verità" differenti e quindi: quale può essere un orientamento che risponda con specificità assoluta a storie tanto particolari ed esclusive?

UNA RISPOSTA POSSIBILE

La risposta che proponiamo a quest'ultimo interrogativo è che l'orientamento narrativo è un cammino privilegiato in quanto scioglie un contrasto apparentemente inconciliabile: quella di poter applicare un metodo uniforme a soggetti che vivono vite diverse, magari intrecciate, ma assolutamente specifiche e originali.

Questo può avvenire in quanto bisogna tener presente che il pensiero narrativo, che è una delle maniere in cui lavora il nostro cervello, rielabora ininterrottamente in forma di racconto le nostre esperienze e ci aiuta nella costruzione del concetto di sé, della nostra identità e nell'interpretazione della realtà.

L'insieme dei ricordi non è lineare ed il pensiero narrativo lavora in modo da rendere coerente il proprio racconto di sé dotandolo di logica e di significato. Dal momento in cui questa realtà si forma però non resta immobile. La memoria è dinamica e agisce sui nostri ricordi aggiornandoli con elementi del vissuto.

DENTRO L'ORIENTAMENTO NARRATIVO

Proviamo ad unire quanto detto sull'identità e sul perché raccontare.

Pensiamo che ogni storia che raccontiamo contenga, oltre che tutta una serie di informazioni chiare, anche delle conoscenze implicite, delle concezioni che abbiamo su di noi e sul mondo e dei quali daremo ampia visione nella seconda parte di questo volume.

Tutto questo materiale diventa estremamente prezioso nel momento in cui devo andare a rintracciare quelle informazioni che mi consentono di riscoprirmi; sono dei consuntivi, rappresentazioni ricche di emotività, di cose avvenute precedentmente, che suggestionano i nostri comportamenti ed i nostri gesti nei confronti del resto del mondo.

MA QUANDO CRESCI?

Quante volte ce l'hanno ripetuto e quante volte l'abbiamo detto? Una delle attese maggiori che hanno le persone che ci circondano è la nostra maturità, non intesa come diploma delle scuole medie superiori ma come "essere adulto".

La realizzazione di un'identità di quel genere, cosciente e matura, richiedeva una serie di storie, di esperienze, di riflessioni accumulate e interpretate attraverso un'ottica mobile e capace di cogliere la continuità.

Richiede anche delle modalità di raccontare storie che rendano il narrato accettabile, a sé e agli altri.

Facciamo un esempio. L'identità professionale oggi è in continuo mutamento in quanto, come abbiamo visto, occorre parlare di lavori anziché di lavoro.

Dal momento in cui io potevo mantenere la stessa occupazione per tutta la vita lavorativa davo delle interpretazioni ricorrenti di quel mio essere e di quel mio fare e, in questo modo, contribuivo alla creazione della mia identità professionale. Per esempio potevo essere scontento del mio lavoro ed il semplice fatto di fissare quell'idea contribuiva a definire la personale visione della mia attività.

Se, in più, anche socialmente era riconosciuta al mio lavoro una posizione non di prestigio potevo parlarne accentuando la mancanza di orgoglio.

Insieme contribuivano a formare la complessità della mia identità professionale.

Accostando queste due situazioni possiamo chiaramente vedere come tra il narrare ed il vivere esista una relazione di reciproca attivazione.

Tale modalità può essere allargata alla visione del mondo e, più in generale, alla percezione di sé tenendo ben presente come oggi il compito interpretativo divenga ben più complesso.

VIVERE ALLA GIORNATA

Proviamo a farci caso. Se prima potevamo parlare di "pianificazione" adesso dobbiamo parlare di "improvvisazione", c'è una tendenza al vivere alla giornata in quanto passato e futuro rischiano di essere intralci.

Il primo mi potrebbe portare verso il rimpianto di quello che fù, all'immobilità, il secondo è spesso visto come qualcosa da cui difendersi, una minaccia.

Per poter affrontare tale situazione c'è bisogno di un'identità agile, pronta al cambiamento e non di un gigante.

Non ci sono più grandi porte da passare, e quando ci sono portano in luoghi ingorgati e troppo noti, ma piccole e fitte porte che possono portare in ogni luogo.

Questo va fatto senza perdersi, bisogna cominciare a pensare al bicchiere come qualcosa che è contemporaneamente mezzo pieno e mezzo vuoto, bisogna pensare al paradosso dove riesco a cambiare e a rimanere me stesso come un qualcosa di normale.

TRA VERO E VEROSIMILE

C'è un vincolo stretto e inscindibile tra l'esperienza vera e l'esperienza narrata in quanto raccontare la mia vita non vuol dire ricalcarla perfettamente ma ricostruirla lungo quel filo ideale che mi permette di dare senso a chi sono, di accostarmi alla realtà vissuta ed a una costruzione di me immerso in una storia sociale.

Raccontarmi non è un'esperienza personale e privata ma una costruzione personale della realtà sociale, l'espressione palese del mio bisogno di essere ascoltato.

E i diari segreti? Quelli dove racconto quelle storie che sono soltanto le mie e che nessun altro leggerà mai?

Quelle storie verranno rilette da me nel futuro, anche un minuto dopo, quando tutta una serie di esperienze e pensieri mi avranno cambiato.

È un'altra persona quella che le riscorre, un poeta diceva "...io sono un altro...", è lo sconosciuto che sarò che rileggerà e rifletterà su quelle righe.

IN DEFINITIVA: ORIENTARSI

Abbiamo visto chi è che scrive il libro, in quale contesto complesso e fittamente caotico prende senso la storia scritta e abbiamo accennato a quale, e perché, potrebbe essere una possibile e privilegiata via di intervento orientativo.

Proviamo a mettere tutto insieme.

Che differenza c'è nel dire ad una persona: "...non ha capito quello che volevo dire...", "...forse non mi sono spiegato bene..." e "...forse non ci siamo capiti..."?

Semplificando ancora di più: riusciamo a capire quanto è importante per una persona riuscire a muoversi tra queste dinamiche? Riusciamo ad estendere questo piccolo esempio ad altre situazioni della vita quotidiana?

Tutte e tre quelle persone trasmettono lo stesso messaggio esplicito, una comunicazione che non ha raggiunto il suo scopo, ma ciascuna lascia emergere una situazione diversa, un diverso modo di intendere il dialogo. Una diversa conncezione di sé.

Quello che c'interessa non è correggere, qualora ve ne fosse bisogno, queste persone ma accompagnarli in un viaggio alla scoperta di un filo rosso personale.

Orientare secondo il metodo narrativo vuol dire scoprirsi, riuscire ad individuare quelle dinamiche, anche quelle che non riescono a emergere facilmente, e che come in un viaggio a tappe mi hanno portato ad essere quello che sono, a pensare quello che penso, a fare quello che faccio.

In definitiva quello che diventa davvero importante è la comprensione e l'accessibilità alla propria identità.

Il buio, solitamente, rappresenta l'ignoto e la paura. Nella vita quotidiana, come abbiamo detto, è il futuro a recitare questa parte.

In alcuni lavori con gli adulti, svolti da chi scrive e nei quali sorgevano insoddisfazioni forti verso il proprio lavoro, veniva chiesto loro in maniera provocatoria perché non ne cercassero un altro.

La risposta era sempre del tipo: "Con i tempi che corrono? Ricominciare da capo?".

Il paradigma narrativo include anche il concetto di nascita, d'individuazione di un nuovo inizio che è sempre possibile e che è facilitato nel momento in cui "conosco me stesso" e ho voglia di conoscere altre cose di me, è la capacità di dare il giusto peso alle mie aspirazioni ed ai miei bisogni.

Non è forse lo stesso principio che è alla base dei rapporti amorosi felici?

È più o meno la stessa sensazione che si ha quando per caso si scopre qualcosa di piacevolmente bello nella persona che abbiamo accanto da anni e ci scopriamo, ancora di più, innamorati.

Ma anche, al negativo, non ci spaventa scoprire aspetti dell'altro che non ci piacciono e utilizzarli come base per una rinegoziazione, in senso buono, del rapporto.

DA SOLI O IN COMPAGNIA

L'orientamento, processo spesso concepito come relazione a due conosce, tramite le modalità narrative, un interesse verso le dimensioni di gruppo riuscendo così in un'operazione di contrazione di tempi e costi senza perdere in efficacia, anzi ricevendone un impulso maggiore.

Poi c'è il confronto, l'ascolto delle narrazioni altrui, la scoperta delle narrazioni degli altri su noi, la costruzione collettiva di narrazioni.

Perché è così importante l'aspetto collettivo?

Perché consente di metterci reciprocamente in crisi, di sfidare l'immagine sicura che ciascuno ha di sé, di entrare in relazione con gli altri e di confrontare le modalità attraverso cui si costruiscono le storie.

Si coinvolge anche il fondamentale aspetto emotivo senza il quale, come dimostrano ampiamente tutta una serie di ricerche, non possono essere reali modificazioni dei comportamenti, delle strategie di vita e dell'apprendimento.

CHI MI ASCOLTA?

A questa domanda bisogna dare due risposte, o meglio intenderla come una doppia istanza. Da una parte richiesta di aiuto, di sostegno, dall'altra vuole sapere chi è la persona che lo accompagna in questo cammino.

Mentre la prima ci sembra che non richieda approfondimenti, andiamo a rispondere all'altra.

L'ILLUSTRE SCONOSCIUTO

Ci troviamo a lavorare portandoci dietro due livelli di ascolto professionale, uno autodiretto che richiede un lavoro introspettivo di studio dei propri iter teorici e soprattutto di attori protagonisti, l'altro eterodiretto che presume capacità relazionali e di ascolto che fanno assumere alla conoscenza la struttura di connessioni tra conoscenze così che le riflessioni personali sulle proprie pratiche diventino nodo del reticolo – o meglio uno dei possibili nodi – e possibilità.

 
You are here:
Mappa del sito - Contatti - FAQ - Privacy - Copyright - Feed Pratika