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Posizionamenti narrativi e costruzione del sé di Giuseppe Mantovani e Altri (Le Storie siamo noi '07)

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Sono le persone, gli attori sociali, non i gruppi o le comunità come realtà a sè stanti, che interagiscono tra loro nella vita di ogni giorno. Di una mamma che porta il bambino a scuola la...

Il contributo di cui qui presentiamo l'estratto è stato presentato a Le storie siamo noi 2007 - Convegno nazionale sull'orientamento Narrativo

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Sono le persone, gli attori sociali, non i gruppi o le comunità come realtà a sè stanti, che interagiscono tra loro nella vita di ogni giorno. Di una mamma che porta il bambino a scuola la prima cosa da vedere è che è una mamma, non che è islamica o nigeriana o brianzola. Di un operaio, di un padre, di un ammalato la prima cosa che dobbiamo vedere è che è un operaio, un padre, un ammalato, non che è senegalese o rumeno o barese. La prima concezione “reifica” la cultura, ne fa una “cosa” che le persone possiedono; anzi, una “cosa” che possiede le persone. La seconda concezione mette al centro della scena l’ attore sociale, la sua iniziativa, la sua “responsabilità”; la “cultura” è semplicemente l’ insieme di risorse pratiche e ideali – il linguaggio anzitutto - di cui le persone si servono per interagire con il loro ambiente fisico e sociale.

La concezione “reificata” della cultura alimenta una visione fondamentalista dell’ “identità che Amartya Sen critica nel suo recente “Identità e violenza”. Nessuno di noi, egli dice, “appartiene” ad un solo gruppo, ha una sola “identità”. “Le radici e la storia non sono il solo modo di vedere noi stessi e i gruppi a cui apparteniamo. Ci sono una quantità di categorie a cui ciascuno di noi appartiene simultaneamente. Io posso essere, ad esempio, nello stesso tempo un asiatico, un cittadino indiano, un bengalese di origine bengalese, un residente in Inghilterra e negli Stati Uniti, un economista, un appassionato di filosofia, un autore, un sanscritista, una persona che crede fermamente nel secolarismo e nella democrazia, un uomo, un femminista, un eterosessuale, un difensore dei diritti dei gay e delle lesbiche, una persona con uno stile di vita non religioso, con una formazione hindu, un non bramino, un non credente in una vita nell’ aldilà. Questo è solo un piccolo esempio delle diverse categorie a cui posso appartenere nello stesso tempo. Appartenere ad uno o ad un altro gruppo può essere importante, a seconda delle circostanze. Quando queste appartenenze competono per la priorità tocca alla persona decidere quale importanza attribuire alle corrispondenti identità, e questa scelta dipende dal contesto” (2006, p. 19).

Le identità sono plurali; ogni persona – in una data situazione – sceglie in quale ordine di priorità collocare ciascuna di esse. La persona che viene dal Marocco può voler dare la priorità al suo essere geometra, mentre cerca lavoro lavoro, o al suo essere padre di una bambina, mentre parla con l’ insegnante, o al suo essere ammalato, quando è nello studio del medico. L’ essere o non essere musulmano, l’ essere o non essere praticante, l’ essere o non essere “radicale” – l’ “identità” stereotipica che viene più frequentemente attribuita oggi nel nostro paese a un “marocchino” - può non essere l’ aspetto della sua “identità” che la persona desidera rendere saliente in una data situazione.

Se una persona avesse una sola “identità”, ad esempio di “musulmano”, e se questa “identità” fosse definita nei termini di una intransigente ortodossia che vincoli le persone ad agire in un certo modo, allora la responsabilità delle decisioni delle persone sarebbe assorbita e annullata nella la loro unica e rigida “identità”. E’ questa visione monista dell’ identità, comune ai gruppi fondamentalisti presenti in varie “culture”, che genera violenza e intolleranza tra le persone e tra i gruppi sociali, secondo Amartya Sen. Ma come può essere costruita una visione pluralista e tollerante dell’ “identità”?

Riferimenti bibliografici

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Notizia biobibliografica

Giuseppe Mantovani è professore ordinario di Psicologia degli atteggiamenti presso la facoltà di psicologia dell’università di Padova. Si occupa dei cambiamenti sociali e tecnologici che in questi anni stanno ridisegnando il panorama della nostra società. Questi cambiamenti sono così profondi e pervasivi che spesso ci troviamo privi di categorie che ci aiutino a comprendere ciò che sta accadendo intorno a noi e dentro di noi. La psicologia culturale, settore in cui da anni Mantovani è attivamente impegnato, ci fornisce preziosi strumenti per orientarci in un mondo sempre più globale eppure sempre più frammentato. Mantovani è autore, fra l’altro, di Comunicazione e identità (Il Mulino 1995), L’elefante invisibile. Percorsi di psicologia culturale (Giunti 1998, II ed. 2005), Ergonomia (a cura di, Il Mulino 2000), Exploring Borders. Understanding Culture and Psychology (Routledge 2000), Metodi qualitativi in psicologia (curato con A. Spagnolli, Il Mulino 2003), Intercultura. È possibile evitare i conflitti culturali? (Il Mulino 2004).

* Giuseppe Mantovani non potendo partecipare in prima persona al convegno ha voluto comunque elaborare insieme ai suoi collaboratori un saggio, che sarà pubblicato negli atti, di cui qui si offre un anticipo. Giuseppe Mantovani, Paolo Cottone, Valentina Schiavinato, Dorian Soru (Dipartimento di Psicologia Generale, Università di Padova)

 

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