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STRUMENTI: Il metodo Delphi

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Il Metodo Delphi, con la sua particolare struttura, consente, tramite la somministrazione ripetuta di questionari, di ottenere non soltanto opinioni singole, ma di sollevare un confronto...

di Gloria Capecchi

Il Metodo Delphi, con la sua particolare struttura, consente, tramite la somministrazione ripetuta di questionari, di ottenere non soltanto opinioni singole, ma di sollevare un confronto, una sorta di dibattito "virtuale", intorno all'oggetto di una ricerca, tra gli esperti selezionati per il campione. Si tratta di un metodo qualitativo, partecipativo, previsionale e di confronto. Il suo utilizzo è particolarmente adatto alla realizzazione di più scopi:

  • realizzare il confronto tra più esperti appartenenti a "categorie" diverse;
  • far emergere il "conoscere tacito" che sta sotto ad ogni professione;
  • disegnare il quadro dell'oggetto, evento, problema su cui si sta indagando;
  • delineare un probabile/o desiderabile sviluppo dell'oggetto di studio.

Ci sono molti modelli di Metodo Delphi, ma quello classico, "standard", è caratterizzato da queste fasi:

  1. fase esplorativa;
  2. fase analitica;
  3. fase valutativa.

Ancor prima di queste tre fasi il ricercatore oltre che definire, ovviamente, il problema, il tema, l'aspetto da porre come oggetto di ricerca, deve affrontare un momento determinante per la futura validità, attendibilità dei risultati raggiunti, cioè il momento della costruzione del panel, la scelta dei partecipanti al gruppo Delphi.

La selezione del gruppo Delphi deve essere condotta invece secondo un attento ragionamento, in base ad una scelta mirata di "chi" scelgo, piuttosto che di "quanti" ne scelgo; il criterio guida non è quindi "più è alto il numero del gruppo, più i risultati saranno attendibili e rappresentativi", ma si tratta del criterio dell'expertise.

Il gruppo selezionato può essere suddiviso in più sotto-gruppi divergenti tra di loro per alcune caratteristiche, in modo da ottenere un confronto, una dialettica, uno scambio di opinioni, conoscenze e punti di vista sul tema della ricerca.

Nella fase esplorativa si costruisce il primo questionario, da somministrare al campione, con una serie di domande, per lo più aperte e di carattere generale, che hanno l'intento di far emergere punti di vista che andranno poi affinati e "distillati" nei successivi round (come vengono chiamate le fasi).

Si tratta di una fase che ha lo scopo di inquadrare il tema, di disegnare un quadro generale sul problema indagato, un quadro che permetterà ai ricercatori di delineare con precisione i concetti, gli argomenti su cui verterà il resto della ricerca.

L'analisi delle risposte date al primo questionario è l'ultimo momento della prima fase e il primo momento della seconda fase, fase analitica, dal quale deriva la costruzione di un secondo questionario il quale, nella prima parte, riporta i concetti emersi dall'analisi del precedente e successivamente affronta in maniera più dettagliata gli aspetti venuti fuori nella fase esplorativa. In questa fase ogni esperto del campione ha la possibilità, non solo, di ritrovare alcune sue affermazioni che può, e qui sta un'ulteriore peculiarità del Metodo Delphi, ritrattare, cambiare, modificare, ma ritrovare anche la sintesi dei concetti espressi dagli altri esperti con i quali può confrontarsi commentando e mostrando il proprio accordo o meno.

La struttura del Metodo Delphi consente di creare, quindi, un processo di comunicazione tra i partecipanti al gruppo di esperti, consentendo a ciascuno di esprimere il proprio sapere, punto di vista, opinione su una certa problematica e rivederla, dopo aver conosciuto, in forma aggregata e anonima (feedback), il giudizio espresso dagli altri.

Quello che emerge dall'analisi del secondo questionario viene incanalato verso una progressiva quantificazione dei dati ed è proprio questa la fase (fase valutativa) che dà originalità all'intero processo, questa integrazione tra elementi qualitativi ed elementi quantitativi.

Il terzo ed ultimo questionario consente ad ogni esperto di esprimere il proprio giudizio riguardo ai possibili futuri cambiamenti ai quali potrà essere sottoposto il problema oggetto della ricerca. Questo è possibile elencando al campione una lista di probabili tendenze da valutare, attraverso una rappresentazione numerica, in relazione alla probabilità di verificarsi.

Il Metodo Delphi offre diversi vantaggi nel suo utilizzo, rispetto ad altre metodologie che presuppongono sempre uno scambio d'informazioni, un confronto e una comunicazione di gruppo (come, per esempio, conferenze, brainstorming ed altri processi interattivi).

Numerosi esperimenti condotti durante gli anni Sessanta-Settanta hanno dimostrato che l'applicazione del Metodo Delphi è particolarmente adatta per quelle problematiche in cui l'informazione più utile, che si auspica di ricavare, è il giudizio informato di persone esperte e competenti del settore di riferimento.

Il giudizio informato è quel tratto che sta tra la conoscenza (informazione che è provata da un'evidenza empirica) e la pura speculazione (basata su fondamenti deboli o inesistenti), cioè «è il rifiuto di etichettare come mera speculazione ogni cosa non definibile come conoscenza».

La struttura a stadi del Metodo Delphi, di cui abbiamo parlato prima, consente un processo di comunicazione, all'interno del gruppo di esperti, che possono essere anche geograficamente distanti, in modo da facilitare un confronto e uno scambio reciproco di conoscenze; ma non solo, favorisce anche la risoluzione di problemi decisionali e di intervento, tramite l'autocorrezione e la convergenza di valutazioni individuali, consentite dal processo di feedback.

Tale processo di comunicazione, che, ricordiamo, avviene in forma anonima, consente la riduzione dell'influenza del leader e di qualsiasi barriera psicologica e professionale: ogni membro è libero di dare il suo contributo senza temere il giudizio degli altri interlocutori.

Il questionario dà la possibilità ad ogni membro del panel di proporre nuovi problemi o, nel caso di un Policy Delphi, nuove strategie politiche di intervento da sottoporre alla valutazione degli altri.

L'altro fattore positivo, dato sempre dalla struttura che procede per fasi, è la possibilità che ha il team di ricercatori di monitorare la ricerca in itinere, in modo da "calibrarla", qualora ce ne fosse bisogno.

Per quanto riguarda gli svantaggi, uno dei grandi limiti di questo metodo è il costo della sua applicazione.

Al Metodo Delphi sono state rivolte anche delle critiche e la più rilevante è da parte di Sackman (1974) che dice: «Il futuro è davvero troppo importante per la specie umana, per essere lasciato a chiromanti che usano una nuova versione della vecchia sfera di cristallo. E' tempo che l'oracolo esca di scena per far posto alla scienza».

Insomma la tecnica Delphi è stata accusata di mancanza di rigore scientifico, ma non è chiaro il motivo per cui dovrebbe essere metodologicamente meno valida di tecniche come l'intervista, l'analisi di casi di studio o di storie di vita che sono ormai utilizzate come strumenti di indagine e analisi politica.

Per concludere, l'utilizzo della tecnica Delphi, con la sua struttura a stadi, è particolarmente indicato quando gli universi o le problematiche, da esplorare, hanno una natura incerta, quando le informazioni che abbiamo relative all'oggetto di ricerca sono poche, difficili da reperire o non sono disponibili.

La sua applicazione è particolarmente efficace quando c'è difficoltà, tra gli esperti del contesto, nello scegliere strategie politiche adeguate per la risoluzione di eventuali problemi emersi e se il processo è condotto in maniera appropriata può apportare delle modalità innovative e motivanti negli scambi comunicativi e informativi, tra gli esperti di un determinato settore.

Le preoccupazioni intorno alla validità, all'utilità e alla credibilità dei risultati raggiunti tramite l'utilizzo del Metodo Delphi sono concrete e adeguate, ma come si critica, a riguardo, tale tecnica, lo si dovrebbe fare anche con tutte le altre tecniche, basate su uno scambio di informazioni.

NOTA: (materiale originale, riproduzione vietata se non esplicitamente autorizzata) I materiali sono prodotti da Associazione Pratika© e dai rispettivi autori. Potrai utilizzare liberamente, tutto o in parte, questo materiale per scopi personali e didattici citando la fonte in questo modo: Materiale prodotto da Associazione Pratika© e NOME DELL' AUTORE - www.pratika.net 

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Orientamento

di Simone Cini

Le cose che sono scritte qui sotto sono appunti buttati giù qualche tempo fa. Devono essere presi come tali quindi pieni di refusi, sbaffature, imprecisioni, contraddizioni. Ripeto che sono cose buttate giù così. Qui si va da "Che vuol dire orientamento?" a "E quindi?"

CHE VUOL DIRE ORIENTAMENTO?

Vedremo come l'evolversi delle varie teorie sulla persona vanno, insieme ai cambiamenti che colpiscono l'ambiente economico e sociale, a costruire la scena su cui acquisterà senso l'orientamento dalla sua nascita, all'inizio del secolo scorso, ai nostri giorni.

Ci introdurremo con una brevissima premessa.

Tutti sappiamo cosa è una bussola, ci indica costantemente il Nord permettendoci di individuare gli altri punti cardinali e, di conseguenza, la direzione.

Questo non vuol dire che il Nord è la nostra direzione anzi, è possibile che la direzione da prendere sia addirittura quella opposta.

Come erano fatte, tempo fa, queste bussole? Quante definizioni per una parola? Com'è cambiato nel tempo il suo significato?

Sono due domande che è necessario porre prima di entrare nel merito dell'orientamento narrativo.

L'ORIENTAMENTO AI TEMPI DEI NONNI DEI NOSTRI NONNI

C'era bisogno ai tempi dei nostri trisnonni, diciamo da prima della rivoluzione industriale all'inizio del novecento, di fare e ricevere orientamento?

Non sapremmo rispondere con certezza, quello che però potremmo dire è che l'architettura sociale di tipo rurale o artigianale – i bisogni delle persone, l'educazione, la famiglia – favoriva il passaggio dei mestieri all'interno delle mura domestiche.

Non c'era tanto da scegliere, solitamente i passaggi erano lineari e generalmente al padre succedeva il figlio – padre contadino e figlio contadino, padre artigiano e figlio artigiano – e la necessità era soprattutto quella di apprendere quel mestiere. Per le donne poi era sovente assicurato un posto in diretta discendenza dalla madre.

Quello che era richiesto era di apprendere un mestiere e quelle modalità operative sarebbero rimaste sostanzialmente invariate per il resto della vita.

Con l'avvicinarsi ai primi del novecento l'elemento vocazionale, forse per l'accrescersi delle istanze educative ed le nuove necessità sociali, comincia sempre di più a farsi largo.

L'UOMO GIUSTO AL POSTO GIUSTO

Siamo all'inizio del '900 e comincia ad affacciarsi, nei maggiori paesi industrializzati, il bisogno di applicare in maniera scientifica e sistematica modelli di orientamento.

Questi, avvalorati dalla psicologia sociale, avrebbero consentito di riconoscere e ordinare ciò per cui ciascun individuo fosse predisposto.

Le basi psicologiche dell'orientamento pongono attenzione, come abbiamo detto, alle attitudini, cioè a quelle caratteristiche che consentono ad ogni soggetto, attraverso l'addestramento, di acquisire nuove abilità e nuove conoscenze.

È l'inizio della società tecnico-industriale che richiede un livello superiore di conoscenza dell'universo del lavoro, maggiori quantità di informazioni in un mondo produttivo dove i percorsi possibili vanno a moltiplicarsi e a complessificarsi.

C'è bisogno di ricoprire nuovi ruoli, l'industria attiva nuovi processi produttivi che richiedono nuove forme professionali. Pensiamo alle catene di montaggio che Henry Ford, quello delle macchine, introduce nelle aziende.

Non si parla più di mestiere ma di impiego accentuando la centralità del posto di lavoro rispetto all'operatore.

Come diceva il titolo di questo paragrafo si guardava all'orientamento come alla soluzione di un puzzle, c'erano degli spazi vuoti che dovevano essere riempiti, l'orientatore doveva soltanto individuare i pezzi adatti e inserirli.

C'era poco spazio per i giovani di decidere e gli aspetti più generali della psicologia dei soggetti era marginale.

Tale ricerca era certamente tesa alla soddisfazione delle necessità delle persone ma, innanzitutto, voleva favorire lo sviluppo dell'economia della nazione. Ripetiamo che è il posto ad essere centrale, è l'interesse economico.

Tali metodologie troveranno sfogo, e avranno la loro massima applicazione, a cavallo tra le due guerre mondiali in ambito militare.

Questo tende ad esaltare come, in un ambiente fortemente gerarchico, l'applicazione di tali forme di orientamento fossero privilegiate.

La guerra non è una forma di vocazione, c'è soltanto da obbedire a degli ordini, chi sa sparare ai fucili, chi sa cucinare al rancio, chi pilotare un aereo in aviazione. Non c'è molto tempo per apprendere nuove cose. Un posto un uomo.

ATTITUDINI, MOTIVAZIONI E BISOGNI

Soltanto a cavallo tra gli anni cinquanta e settanta appare anche nell'orientamento uno degli strumenti più conosciuti, il colloquio. Anche questo è un sintomo della centralità che lentamente va ad occupare il soggetto; c'è bisogno oltre che di conoscere le sue attitudini anche di indagare le sue motivazioni e i suoi bisogni.

Comincia a farsi vedere la necessità di cercare gli elementi più profondi della personalità dei soggetti in modo da includerli nella costruzione di quel progetto.

LA DIMENSIONE EDUCATIVA E L'ORIENTAMENTO PER TUTTA LA VITA

È soltanto negli ultimi trent'anni che cominciamo a individuare l'orientamento come una possibilità di accompagnamento offerta alla persona nella costruzione di un proprio progetto di vita mediante la valutazione di appropriati percorsi scolastici e lavorativi.

La prassi dell'orientamento è oggi assai più diversificato, l'evoluzione rapidissima che ha subito la società ha richiesto in primo luogo di non limitarlo al passaggio dalla scuola al lavoro. Si parla difatti, esattamente come si fa per l'educazione, di offrire percorsi di orientamento che siano utilizzabili dai soggetti in ogni momento della vita e non di eventi sporadici che in maniera predeterminata vengano messi a disposizione.

Questo perché si guarda all'uomo come un essere che attraversa in maniera attiva dei ruoli, professionali e sociali per esempio, strettamente connessi e non come un essere scisso tra ruoli assolutamente separati.

La comprensione di questa forte relazione richiede che le persone siano in grado di definire in maniera autonoma le direttrici della propria crescita.

ANCORA PIÙ VICINI

Ci è difficile comprendere l'agire delle persone ignorandone le intenzioni e contemporaneamente capire queste ultime se ignoriamo gli scenari nei quali queste avvengono.

Certe parole, nella nostra contemporaneità, assumono un forte valore sia a livello emotivo che razionale.

Pensiamo a vocaboli come flessibilità, mobilità, globalizzazione, pensiamo a quali sono le emozioni che ci provocano, a quali sono le sensazioni che proviamo nel momento in cui ci rendiamo conto di essere immersi in una società che sul loro significato si fonda.

Adesso fermiamoci e razionaliziamo, per quanto ci è possibile, tutto questo.

Siamo sicuri di conoscere bene i significati di quelle e di altre, innumerevoli, parole? Siamo sicuri che il senso, che noi pensiamo di conoscere, non sia più sfuggente ed etereo di quanto crediamo?

C'È GRANDE CONFUSIONE SOTTO AL CIELO...

Quello che prima era il lavoro, e che presumibilmente sarebbe durato per tutta la vita, si ritrova ad essere un concetto troppo piccolo e lontano, troppo "ambizioso" e diventa più pertinente parlare di lavori.

A livello soggettivo assistiamo all'innalzamento del grado di complessità delle storie individuali, all'aumento dei livelli d'incertezza attraverso gli intrecci e la perdita di riferimenti che servivano ad attribuire certezze, o se vogliamo continuità, alla vita delle persone.

Pensiamo a come tutti quei riti di passaggio che prima scandivano la nostra esistenza oggi siano sempre più sfuggenti.

Studio e lavoro non sono più consequenziali e si parla di alternanza tra l'uno e l'altro, di aggiornamento continuo. Quel pezzo di carta che prima ci garantiva lavoro e futuro oggi è soltanto un pezzo di carta che va continuamente riscritto, integrato, riqualificato in certi casi dimenticato. Comunque continuamente adeguato.

Ancora: cambia il ruolo della famiglia. Quella di provenienza è il rifugio, il luogo in cui si consacrano i trent'anni, tana accogliente e sicuro dalla quale è difficile staccarsi, ma anche luogo spesso stretto e invadente.

Il tentativo di costruzione di una famiglia propria assume le sembianze di un'avventura. Come le favole nelle quali, prima di baciare la principessa, c'era da affrontare delle prove. Ma quelle prove erano conosciute: il solito drago, la solita strega, l'inevitabile millenario e buio bosco. Cominciavano nel momento in cui qualcuno ci diceva "c'era una volta..." e si concludevano con dei personaggi che sarebbero vissuti felici e contenti. E adesso?

L'inizio è identico ma ci sono trasformazioni importanti nella storia e nel finale: i mostri e le magie si mescolano, buoni e cattivi hanno facce e comportamenti che me li fanno sembrare tutti uguali e gli strumenti che abbiamo per affrontarli non sono più adeguati, e scopriamo di avere tutte le caratteristiche e le insicurezze che hanno spinto la strega ad essere così cattiva. E ci fa tremare il pensiero che anche la principessa porti con se tutto questo malessere.

Quante volte abbiamo sentito: "Finché starai sotto al mio tetto..." e poi lamentarsi di come "Ai miei tempi a quell'età io già ero... già facevo... già avevo...". Certo altri tempi e altri spazi a disposizione delle persone.

Come se tutto ciò non bastasse a questo bisogna aggiungere la velocità con cui si diffondono le conoscenze e insieme a come il moltiplicarsi delle stesse rischia di metterci fuori gioco. L'esempio più banale, e attuale, è l'informatica che nel giro di vent'anni a creato nuovi analfabeti.

O ancora peggio l'ingovernabilità delle informazioni e del sapere.

Immaginiamoci di entrare dentro una biblioteca alla ricerca di notizie e trovare tutti gli scaffali vuoti. Quante informazioni si troverebbero?

Immaginiamoci, adesso, di entrare dentro la stessa biblioteca alla ricerca delle solite informazioni e trovare gli scaffali ricolmi di libri ma non avere a disposizione gli strumenti per cercare. Non avremo lo stesso risultato di prima?

Questa è, almeno nella maggioranza del mondo occidentale, la nostra condizione. Abbiamo a disposizione un'infinità di sapere, di notizie ma spesso mal organizzate: nelle scuole c'insegnano saperi scissi e la realtà che ogni giorno ci viene proposta o che scopriamo ci dice tutto il contrario, ci parla di sovrapposizioni e di contaminazioni.

Uno di noi quando era molto piccolo andava con i genitori sulla neve e, premura di madre, era sempre protetto da guanti e occhiali da sciatore. Quando gli veniva chiesto come era la neve rispondeva "...nera nera e calda calda...". Immaginatevi il suo stupore quando gli tolsero quelle protezioni.

...E ANCHE DENTRO DI ME

A volte uno si crede incompleto / ed è soltanto giovane

Italo Calvino

All'interno di questo palcoscenico una delle sfide più difficili che ci troviamo ad affrontare è quella di rimanere noi stessi. Ma prima di pensare al nostro benessere, a salvaguardare la nostra stabilità, che non vuol dire rigidità o resistere ai cambiamenti ad ogni costo, è necessario fare una riflessione.

L'identità appare come qualcosa d'instabile che cerca la stabilità e che assume più che altro la forma di flusso, di un qualcosa che non ha interruzioni.

Potremmo, con molta attenzione, paragonarla ad un vetro che, appena fatto, ha uno spessore costante ma che con il passare del tempo va ad assottigliarsi in alto e ad acquistare spessore in basso. Nel centro le molecole rimangono apparentemente stabili, è uno strato sottile ma significativo, sulle due facce c'è questo scorrere per gravità, da una parte la nostra vita sociale, le regole, i diritti e doveri, gli amori e tant'altro, dall'altra il nostro intimo, le riflessioni, i pensieri, capacità e possibilità che addirittura non sappiamo di possedere. Tutte queste cose sono strette in una fitta e inscindibile rete che avvolge la nostra esistenza.

Lo strato più interno è costituito dal risultato di quelle dinamiche che in età precoce ci hanno portato alla capacità di sentirci costantemente reali, vivi, la forza di gravità è l'insieme di quello che ci colpisce e che – consapevolmente o meno – è significativo, le due facce sono rispettivamente i luoghi da cui guardo il mondo e da cui il mondo guarda me.

In questa "lotta" cerchiamo di costruirci in maniera coerente e gratificante andando avanti per piroette: nel momento in cui poniamo attenzione al presente subito ci affacciamo verso le novità, verso il cambiamento, lanciando uno sguardo verso il passato.

Il rischio è che tutte queste capriole ci facciano girare la testa e che quindi ci ritroviamo a barcollare senza più possedere la capacità di decidere la nostra direzione.

Dobbiamo allora salvaguardare l'intenzionalità, la possibilità di scelta che ci consente di perdere l'equilibrio quando decidiamo noi – a chi non piace perdersi ogni tanto? – che ci permette di prendere in mano una parte importante, la maggior parte, della nostra vita.

Riassumendo: possiamo rappresentarci come un libro che viene scritto giorno per giorno da me e dagli altri, altri personaggi che riescono a rappresentare le realtà che viviamo o immaginiamo.

Avviene spesso che le parole escono dalle pagine e vanno a stamparsi su altri libri, di altre persone, creando intrecci e legami sociali.

Immaginiamoci di vedere la nostra vita da un luogo privilegiato. Da un palco, come a teatro, vediamo noi stessi che recitiamo la nostra vita.

Il sé sociale comincia a farsi vedere immediatamente.

Vivendo ed entrando in relazione con altre persone, con la società, il soggetto comincia a rendersi consapevole di "essere vivo", di essere un animale sociale e si rende conto che gli altri reagiscono alle sue azioni ed alla sua presenza. Assume le caratteristiche dei ruoli che deve ricoprire, figlio, studente, amico e poi lavoratore, genitore ecc.

Il sé sociale è il riconoscimento, l'accettazione, la legittimazione che un individuo riceve dagli altri.

Appare evidente come sia necessario una riflessione sulla propria identità personale e professionale, sociale e formativa.

Chi di noi non ha mai detto "...io quando torno a casa il lavoro lo lascio in ufficio..."?

Voler rendere inavvicinabili due aspetti fondamentali della nostra vita è in realtà impossibile o quanto meno fortemente problematico.

Se alzo una divisione tra due alberi che crescono vicini questi saranno in contatto attraverso le radici, il terreno; è inutile cercare di costruire muri, ce lo insegna la storia del mondo e quella personale, non sono mai serviti anzi, spesso hanno reso la vita delle persone ancora più "invivibile" in cambio di una falsa sicurezza.

E QUINDI?

In questa riflessione abbiamo trovato appoggio anche dalla Commissione Europea per l'Educazione, la Formazione, la Gioventù che nel 1997 avvertiva in un suo rapporto di come fosse impellente "...la necessità di valutare le difficoltà della situazione attuale. Questa si caratterizza per una crisi delle istituzioni tradizionali delle società, in particolare della famiglia e dello Stato.

Questi cambiamenti si accompagnano a tensioni sociali che possono essere più intense nel caso degli Stati nei quali il carattere multietnico si accentua. Queste trasformazioni conducono anche ad una rimessa in causa dei modelli di autorità e di potere, alla perdita dei riferimenti sociali ed ad un individualismo non bilanciato da obblighi sociali. A questo si aggiunge la mobilità delle culture e la crescita delle interfaccia che permettono contatti, i limiti sperimentati dalla prima generazione dei meccanismi multilaterali, i fondamentalismi etnici e religiosi, la povertà relativa di certe popolazioni, la marginalità e l'esclusione..." .

Attorno a queste parole e a questi pensieri si è avviata una nuova, generale, attenzione verso la formazione e l'orientamento. Insistiamo: l'incertezza che grava su alcuni dei principali riferimenti che prima apparivano tanto sicuri e stabili ci spinge ad interrogarci su cos'altro possa sostituirli ed in che modo.

 
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