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Esperienza, narrazione e vita quotidiana di Paolo Jedlowsky (Le Storie siamo noi '07)

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Consulente di orientamento

Il contributo di cui qui presentiamo l'estratto è stato presentato a Le storie siamo noi 2007 - Convegno nazionale sull'orientamento Narrativo

Immaginiamo di trovarci in un bar. Qui si racconta fra sconosciuti, o al massimo fra conoscenti. I contenuti riguardano qualcosa che si è visto in TV o si è letto sul giornale. Spesso i racconti sono del tipo "Conosco uno che..." o "Hai sentito di quello...". Lo scopo di questi racconti, come ha notato Peter Bichsel, è quello di parlare senza dover parlare dei propri problemi. È quello che si chiama "avere un argomento di conversazione". Si ha bisogno di un argomento di conversazione quando non si vuole o non si può parlare di sé (Bichsel, 1989, p. 32).

Questi racconti, situati in relazioni quasi anonime, rispondono al semplice desiderio di stabilire un contatto, senza mettersi in gioco più del necessario. La funzione della narrazione è così vicina alla mera dimensione “fàtica” della comunicazione. D’altro canto, può assumere anche valenze ludiche: la narrazione come intrattenimento reciproco, arte di una socievolezza fine a se stessa analoga a quella di cui parlava Simmel (1996) in un saggio famoso, in cui per altro le riconosceva una valenza essenziale, ancorché elementare, nel nostro addestramento alla vita sociale e per il costituirsi della società.

Questi sono i casi in cui i contenuti del racconto rivestono l’importanza minore. Un po’ come quando i bambini chiedono un racconto prima di andare a dormire: come nota ancora Bichsel, dopo tutto, il bambino che vuole sentirsi raccontare una storia vuole innanzitutto sentirla raccontare. Il necessario contenuto è il veicolo del racconto, non è il racconto che è il veicolo del contenuto (1989, p. 17).

Essere immersi in una relazione narrativa è infatti anche l'espressione di un desiderio che ha la narrazione medesima - la voce dell'altro, la presenza del suo corpo, l'attenzione che esprime - per proprio oggetto. Il contatto che si stabilisce narrando può servire scopi diversi, ma è anche uno scopo in se stesso. È come dire "io ci sono, e tu anche", un riconoscimento di esistenza reciproco.

Spostiamoci ora in un paese, o in una cerchia dove "si conoscono tutti": qui i racconti possono assumere la forma del pettegolezzo. Il pettegolezzo è una delle forme più diffuse della narrazione quotidiana. I contenuti qui hanno a che fare con la curiosità per il prossimo, ma sono in gioco anche etichette, stigmi, valutazioni e confronti. Le funzioni prevalenti sono quelle della costituzione di una memoria del gruppo e quella dell’affermazione delle sue norme morali, ma, sopra a tutte, è evidente quella di un vero e proprio controllo sociale. (Non senza che siano presenti, per gli individui, altri ventagli di scopi consapevoli o meno: quello di dar sfogo nell’immaginazione a certi desideri repressi, ad esempio, o quello di manipolare fatti o reputazioni).

Entriamo ora in un ufficio o una fabbrica. Alcuni racconti servono a comunicare parte di ciò che è necessario a coordinare le azioni o ad assumere le decisioni appropriate; alcuni sono ciò attraverso cui i lavoratori pubblicizzano, per così dire, le proprie abilità; se vi sono nuovi assunti, sono anche parte integrante del loro tirocinio, aneddoti nei quali si condensano l’esperienza e le regole del mestiere. Ciò era particolarmente vero nell’artigianato, ma anche le complesse organizzazioni del lavoro di oggi comprendono spazi in cui i lavoratori più vecchi raccontano storie ai nuovi arrivati, narrazioni aziendali in cui ci si dispensa consigli su come comportarsi, ci si introduce alle dimensioni informali delle relazioni, si costruisce la "morale" del gruppo e si definiscono le identità degli attori coinvolti e dell’organizzazione stessa.

L’elenco di esempi potrebbe continuare a lungo. Ciò che essi indicano è da un lato che la narrazione non è affatto assente dalla vita quotidiana moderna, e dall’altro che le forme, i contenuti e le funzioni sociali delle narrazioni concrete dipendono dalle relazioni che sussistono fra gli interlocutori.

In generale, tutte le pratiche narrative che ora ho evocato contribuiscono da un lato a riprodurre, rinsaldare o trasformare i legami sociali, e dall’altro a costruire interpretazioni condivise della realtà.

Che la realtà sia interpretata in comune è ciò a cui i sociologi alludono quando parlano della realtà come costruzione sociale (Berger, Luckmann, 1969). Non mi soffermerò sulla portata di questa espressione, centrale non solo per la sociologia, ma per tutte le scienze sociali. Il punto qui rilevante è che, in tutti i suoi aspetti, il processo di costruzione sociale della realtà è intessuto di pratiche comunicative. E al loro interno giocano un ruolo le pratiche narrative, la cui prestazione specifica è quella di fornire, diffondere e preservare dei modi di selezionare e di connettere tra loro gli elementi della nostra realtà. Come scriveva Ricoeur (1994), il racconto è essenzialmente “rappresentazione che connette”: la sua funzione elementare, sul piano cognitivo, è quella di permettere l’elaborazione di schemi di trame.

La costruzione sociale della realtà e delle sue trame può essere più o meno conflittuale, può esporsi a negoziazioni, compromessi, rimozioni. In ogni caso mette capo alla produzione di qualcosa che potremmo chiamare un senso comune (Schutz, 1979): un insieme di modi di interpretare la realtà (e conseguentemente di agire al suo interno) che sono condivisi entro determinate cerchie sociali e vengono dati per scontati.

Immersi nella vita quotidiana, gran parte dei racconti e delle narrazioni che ho richiamato fin qui servono dunque anche a costruire e a preservare questo senso comune. Questi racconti e queste narrazioni si affiancano alle routine di ogni giorno, ma ne fanno anche parte e contribuiscono a riprodurle. Raccontare "cosa è successo" spesso è necessario per permettere alle routine di continuare a svolgersi. Le cose che raccontiamo su di noi o su chi ci circonda confermano in gran parte identità quotidiane e regole che condividiamo con altri senza farcene alcun problema.

Riferimenti bibliografici

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Notizia biobibliografica

Paolo Jedlowski è professore ordinario di Sociologia presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università degli studi di Napoli "L'Orientale" e docente di sociologia della comunicazione all'Università di Lugano. Si è occupato di sociologia della cultura, di sociologia della vita quotidiana e di storia della sociologia. È coordinatore nazionale della sezione "Vita quotidiana" dell’Associazione italiana di sociologia. È autore di diversi volumi sulla memoria collettiva e sull’esperienza contemporanea e di ricerche sulla comunicazione nella vita quotidiana. Oltre all’edizione di alcuni classici della sociologia (Halbwachs, Berger, Simmel e Schutz), ha curato un dizionario delle scienze sociali e ha pubblicato due manuali di storia del pensiero sociologico. Tra le sue ultime pubblicazioni: Storie comuni. La narrazione nella vita quotidiana (Bruno Mondadori, 2000), Memoria, esperienza e modernità (nuova ediz. rivista Angeli, 2002), Fogli nella valigia. Sociologia e cultura (Il Mulino, 2003), Un giorno dopo l'altro. La vita quotidiana fra esperienza e routine (Il Mulino, 2005). Per il teatro ha scritto Smemoraz, messo in scena dal Teatro dell'Angolo di Torino.

 

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Jedlowski"

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Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Jedlowski"

Animazione

Mi leggi (racconti) una storia?

Quanti di noi, genitori, educatori, insegnanti, animatori, si sono sentiti fare questa domanda. Forse è passato molto tempo, ma ci sono ottime probabilità che la stessa domanda l'abbiamo fatta anche noi, tanti anni prima a qualcuno degli adulti significativi che ci circondavano. Ascoltare una storia, leggere una storia è un processo estremamente semplice, familiare a ciascuno di noi ed, al tempo stesso, qualcosa di estremamente complesso, che chiama in causa processi cognitivi ed emotivi, che struttura i modi con i quali diamo senso e significato agli eventi della vita ed alla vita medesima, che ci "forma" in un senso molto più ampio di quello che pensiamo. Da millenni presso le comunità umane i genitori attraverso fiabe e favole forniscono una prima chiave di lettura per l'esperienza dei figli (più avanti rifletteremo dunque sulla scelta e sulla modificazione, nel corso del tempo, di questo tipo di storie)1.

Tutti (o quasi) abbiamo qualche ricordo legato a qualcuno che, più probabilmente quando eravamo bambini (ma non soltanto, visto il fiorire di associazioni e gruppi legati alla lettura ad Alta Voce come LaAV – www.narrazioni.it) ci ha raccontato o letto ad alta voce delle storie. Questo ricordo è, solitamente, estremamente piacevole e si pone in contraddizione con l'esperienza che, successivamente, molti di noi hanno fatto della lettura nell'istruzione scolastica, specie in quella di secondo grado. Lì spesso la lettura viene avvertita come un obbligo, come un dovere, come qualcosa che "si deve fare" e non viene collegata, in alcun modo, all'esperienza personale, anzi si colloca in un'area che appare, per molteplici motivi, quanto di più lontano possa esserci dall'esperienza di vita quotidiana. Quando la lettura diventa un modo per verificare la conoscenza dei generi letterari o per iniziare un'analisi del testo, quando ciò che ci viene proposto è funzionale alla lettura di saggi critici o non intercetta, in alcun modo, la nostra esperienza personale... la lettura perde il proprio senso principale, quello di consentirci repertori di esperienza protetta, di mettere in parola sensazioni, emozioni, eventi della nostra esperienza personale, quella, in poche parole, di arricchire la nostra vita.

La lettura, insomma, trova nella scuola, che dovrebbe favorirla, praticarla, farla sperimentare una battuta di arresto (i motivi sono molteplici: dalla scelta dei testi alla modalità di utilizzo degli stessi nell'esperienza scolastica). A volte, però, dopo la delusione ed il conseguente allontanamento scolastico, il rapporto con la lettura riemerge, trovando strade e percorsi particolarissimi (e personalissimi) per conquistarsi un proprio spazio. Quando questo accade possiamo procedere a ritroso per scoprire che, almeno una volta, nella vita, solitamente nella prima infanzia, c'è stato un rapporto positivo con la lettura e con le storie. Le storie che vengono lette e raccontate nella prima infanzia hanno dunque un effetto di lungo periodo, molto superiore al gradimento ed alla sensazione di accudimento (che già non sono poca cosa) che si sperimenta nell'immediato. Questo effetto produce, magari a quindici anni di distanza, un'affezione duratura alla lettura, ma ha prodotto anche effetti cognitivo-emotivi che ci hanno sostenuto e ci hanno permesso di "leggere" il mondo intorno persino nel periodo di distanza e rifiuto della lettura stessa.

Le storie di ciascuno di noi crescono ogni giorno, ogni giorno si arricchiscono e si modificano: quelle che ci raccontano e ci raccontiamo, quelle che ascoltiamo, leggiamo, sentiamo, viviamo, quelle in cui, persino senza esserne coscienti, ci imbattiamo (le storie contenute nelle pubblicità, nelle fiction televisive, le storie on line...).

1 Nell'ambito della 9a Fiera nazionale della piccola e media editoria Più libri più liberi 2010, il Gruppo di servizio per la letteratura giovanile ha organizzato il Convegno Dove vai principe azzurro? Fiabe di ieri e di oggi. Nell'ambito di quel Convegno è stata organizzata un'indagine (pur senza ambizioni di rappresentatività e generalizzabilità e presentandosi come sondaggio) estremamente indicativa circa la frequentazione delle fiabe. Da questo sondaggio emerge che le quattro fiabe preferite risultano essere Pinocchio (19%), seguita da Cenerentola (17%) e da Gli Aristogatti e Biancaneve (entrambi con l'11%), percentuali significative sono riscontrate anche per La Sirenetta, La Bella e La Bestia e La Bella Addormentata (tutte e 3 al 6%). Il 66% degli adulti intervistati ha dichiarato di leggere fiabe ai propri bambini ed alunni e alla domanda su chi leggesse loro fiabe quando erano bambini il 71% ha dichiarato che erano i genitori mentre il restante 29% ha risposto i nonni (con occorrenze pari a zero per gli insegnanti!). Soltanto il 42% degli intervistati (costituito in gran parte da insegnanti, bibliotecari, educatori, ... addetti ai lavori, insomma) ha dichiarato di conoscere fiabe con testo italiano e testo originale a fronte (anche se poi l'85% li ritiene utili). Il 100% degli intervistati ritiene (e questo è un dato di particolare rilevanza) che esista un limite di età per leggere le fiabe. Per il tema trattato in questo volume di particolare rilevanza la domanda circa l'effetto e le possibilità offerte dalle fiabe: il 27% ritiene che con le fiabe si possa "fantasticare" e un altro 27% ritiene che si possa "sognare", il 19% ritiene che attraverso le fiabe si possa "sviluppare una mentalità aperta e flessibile", il 15% "arricchire le conoscenze culturali" e soltanto il 12%, infine, pensa che si possano "individuare simboli e metafore". Si evince come la funzione di intrattenimento e di "gioco" sia quella più facilmente attribuita alle fiabe medesime. Alla domanda sulla fruizione delle fiabe attraverso il mezzo televisivo o cinematografico e quale conoscenza delle fiabe esso veicoli le risposte sono state: alternativo (31%), incompleto (31%), originale (18%), pregiudiziale (14%), sufficiente (6%). Il sondaggio in forma completa è edito sulla Rivista "Pagine giovani. Rivista del Gruppo di Servizio per la Letteratura Giovanile", Anno XXXV, 147, n. 1 gennaio‐marzo 2011 (pagg. XV‐XX)

 

Partecipazione

La cittadinanza dovrebbe costituire un valore per tutte le società democratiche, il suo tragitto appare però ancora faticoso ed, in gran parte da compiere. Colin Crouche, rileva...
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Formazione

di Federico Batini

"Bisognerebbe vivere a posteriori. Decidiamo tutto troppo presto."

(Daniel Pennac, La passione secondo Thérèse)

Questa matrice viene attribuita ad Eisenhower nel periodo in cui non era ancora generale.

Si tratta di uno strumento utile alla presa di decisioni.

Come all'interno di una storia si possono individuare i personaggi e le azioni fondamentali e quelli secondari così nella matrice di Eisenhower veniamo invitati a incrociare importanza ed urgenza.

Cappuccetto Rosso è un personaggio importante della propria storia, ma non tutte le sue azioni possono essere ritenute "urgenti" per la storia.

Quando usiamo il pensiero narrativo, dunque disponiamo il passato o la nostra previsione del futuro, come una storia, riusciamo ad accorgerci di cosa è importante e cosa non lo è, la stessa funzione la riveste, per il pensiero paradigmatico, questa matrice.

Incrociando i quadranti si ottiene allora una tabella come questa sotto in cui è possibile circa varie attività o obiettivi, o azioni che dobbiamo fare... provare a stilare delle priorità reali.

Per la procedura completa rimando al contributo di Simone Cini in questa stessa area risorse.

 

Orientamento

Cosa sono le narrazioni? Quali funzioni assolvono nei processi del pensiero e nella trasmissione culturale? In che modo narrare aiuta a pensare, a ricordare e a comunicare? Questo...
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