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Come le narrazioni trasformano il pensiero di Andrea Smorti (Le Storie siamo noi '07)

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Il contributo di cui qui presentiamo l'estratto è stato presentato a Le storie siamo noi 2007 - Convegno nazionale sull'orientamento Narrativo

Cosa sono le narrazioni? Quali funzioni assolvono nei processi del pensiero e nella trasmissione culturale? In che modo narrare aiuta a pensare, a ricordare e a comunicare? Questo intervento intende offrire una possibile risposta a tali interrogativi. La sua tesi di fondo è che le storie sono uno strumento che appartiene sia alla mente che alla cultura. Infatti, se da un lato le storie sono il mezzo attraverso cui avvengono gli scambi culturali, dall'altro le persone costruiscono le storie anche per comprendere il mondo e se stessi. Ciò avviene secondo un formato ordinato e regolato da vincoli culturali, quale per esempio è l'autobiografia: la storia principale della nostra vita. Ma le storie non sono solo un modo per conoscere ma anche per trasformare se stessi. Si può dire che esse conducano alla comprensione attraverso la trasformazione perché tramite la narrazione il mondo interno della persona viene esteriorizzato e reso pienamente culturale.

Che cosa succede infatti quando raccontiamo i nostri ricordi?

Si ha prima di tutto una trasformazione della memoria in linguaggio da un "linguaggio per Se'" ad un linguaggio per gli altri (Vygotsckij, 1934). Ciò porta ad una prima e importantissima trasformazione dovuta alla necessità "fisica", prima ancora che culturale, della linearizzazione. Il linguaggio interiore deve essere linearizzato, cioè trasposto in fonemi e quindi in parole in successione. Ma c'è un secondo vincolo di natura culturale. Questa forma di linguaggio "esterno"che rivoluziona il linguaggio interiore, costituisce un vero e proprio strumento della cultura. Il linguaggio esteriore infatti deve seguire delle regole culturali, ha una forma e organizzazione convenzionale, è rivolto a qualcuno per un certo scopo e deve adattarsi a particolari situazioni.

Ma la rivoluzione da linguaggio interiore a linguaggio esteriore non si ferma qui quando si consideri che questo linguaggio esteriore è un linguaggio narrativizzato.

Quando il linguaggio assume una forma narrativa, il ricordo autobiografico diventa una narrazione autobiografica e si trasforma nella forma e nella sostanza venendo ad assumere le proprietà di una storia. Esso acquisterà quella flessibilità che consente di ondeggiare tra generico a specifico, tra pubblico a e privato, esso assumerà inoltre una organizzazione pentadica con un agente, una scena, uno scopo un mezzo e un'azione. Qui sta la rivoluzione nel passaggio dalla memoria alla narrazione. Ma in questa rivoluzione cosa si mantiene? Cosa resta dei nostri ricordi? Questa è una domanda centrale. Quando la memoria autobiografica si trasforma in narrazione autobiografica questa nuova forma che il ricordo assume non è come il vestito buono che mettiamo per uscire di casa. I nostri ricordi risultano sostanzialmente trasformati. Infatti la narrazione autobiografica funziona come ristrutturazione dei processi di memoria. Quando noi torneremo a ricordare, attraverso la memoria autobiografica, noi ricorderemo qualcosa che è stato trasformato dalla narrazione autobiografica e la storia della nostra vita starà dentro di noi pronta ad una nuova trasformazione per opera di un successivo racconto.

C'è infine un terzo aspetto da considerare. La storia che raccontiamo è una narrazione di tipo speciale perché riguarda il Sé: nella autobiografia il narratore e il protagonista coincidono.

Bruner (1990) ha scritto che nella autobiografia un narratore qui e ora racconta lo sviluppo di un protagonista là e allora col quale condivide lo stesso nome. Il suo compito è quello di condurre il protagonista dal passato al presente in modo tale che protagonista e narratore alla fine si fondino e diventino la stessa persona con una comune consapevolezza. L'autobiografia deve quindi dimostrare in che modo narratore ( nel presente) e protagonista ( nel passato) possano alla fine ricongiungersi. In altre parole l'autobiografia deve saper spiegare due processi. Essa deve poter chiarire come si è prodotto il cambiamento: il protagonista "là e allora" e il narratore "qui e ora" sono due entità distinte che poi si riuniscono per diventare una persona sola.

Appare chiaro che, per raggiungere questi scopi l'autobiografia deve contenere una qualche teoria narrativa sul cambiamento e sull'identità dentro la storia di vita del narratore (vedi Labov, 1997)

Nel costruire questa teoria il narratore riceve aiuto da ciò che secondo lui è una sorta di autobiografia canonica che la psicologia popolare prevede, un modo tipico di vivere e di raccontare la propria vita. Quando usa questi resoconti egli finisce per rendere comprensibile la propria vita "normalizzandosi", rendendosi simile agli altri sotto qualche aspetto. Attraverso la "normalizzazione" egli costruisce un aspetto della propria identità personale: ciò che il soggetto ha in comune con gli altri quanto alla sua storia di vita. In tal modo il narratore può percepirsi come facente parte di una cultura, di una nazione, di una ideologia. Le narrazioni pubbliche e le memorie collettive aiutano in questo perchè danno all'individuo l'idea di essere appartenuto ad una storia comune. Ma come fare emergere la propria individualità in una narrazione che rischia di essere piatta e poco interessante? Ecco allora che vengono inseriti nella storia eventi critici, svolte, eccezioni che permettono di trasgredire una norma. Questi eventi possono essere dei rischi che la persona ha corso, come una emigrazione, una malattia, la disoccupazione, una avventura volontariamente cercata, casi fortunati, successi sul lavoro. Sono queste svolte che conferiscono al soggetto la sensazione che quella vita che lui ha vissuto è la sua e di nessun altro, consentendogli di costruire quel versante "intenzionale" della sua identità. Ma se inserire svolte improvvise, eventi atpici, misteri ed enigmi nella propria vita la arricchisce e permette al soggetto di sentirsi orgogliosamente se stesso e dare un senso coerente a questo Sé, proprio questo bisogno di trovare la propria individualità, non rischia di far diventare tutto caotico? Come non fare apparire la propria vita come una avventura folle, assurda o disperata? Secondo Bruner questo è possibile se l'individuo sa costruire una "tragressione canonica" un tipo di trasgressione che sia interpretabile in rapporto ad un principio.

In conclusione cosa accada quando la memoria autobiografica viene esteriorizzata, quando cioè raccontiamo le nostre memorie a qualcuno?. La risposta è che avviene un processo di trasformazione radicale dovuto al fatto che in questo passaggio da interno ad esterno intervengono tre nuovi processi (vedi per es. l'analisi condotta da Conway, 2005; Nelson e Fivush, 2004) Il primo è l'uso del linguaggio per gli altri. Questo linguaggio impone dei vincoli fisici e culturali. Il secondo processo è rappresentato dall'uso della modalità narrativa che permette l'acquisizione della flessibilità tipica delle storie e dei vincoli rappresentati dalla raccontabilità e dalla credibilità. Il terzo processo è rappresentato dal fatto che questa narrazione si inserisce in qualche modo in un genere autobiografico. Anche se non necessariamente costituisce una autobiografia essa deve comunque coniugare tra loro il Sé narrante e il sé narrato e per far questo deve disporre di una teoria sul Sé e di retoriche di persuasione.

Il problema che si pone allora è quello di capire cosa succede una volta che questa narrazione autobiografica sia stata prodotta. Cosa avviene al Sé narrante e ad i suoi personaggi quando "ritornano" nella memoria autobiografica? Il narratore che ricorda ricorderà sempre nello stesso modo e le stesse cose?. Questo problema chiama in causa i cambiamenti a cui va incontro il Sé dopo la narrazione autobiografica. Le ricerche (Pannebaker, 1990) condotte in tal senso indicano come il narrare i propri ricordi e le proprie esperienze emotive non rappresenta solo un modo per portare "fuori" quello che prima era "dentro", ma produce una drammatica trasformazione di Sé. Il Sé autobiografico si modifica nell'atto stesso di costruire la propria autobiografia. Tutto questo, a ben vedere, non è poi così diverso da quello che da molti anni hanno messo in rilievo gli psicoanalisti ad orientamento narrativo. Autori come Spence (1982) hanno sottolineato come la "ri-narrazione di sé" è un processo di trasformazione che favorisce l'insight e ha una efficacia terapeutica proprio perché favorisce un processo di riformulazione della storia della vita e la attribuzione di una nuova struttura agli eventi vissuti.
In conclusione ci sono elementi sufficienti per pensare che la narrazione autobiografica non sia semplicemente un "dar voce ai pensieri" ma un processo di profonda trasformazione del mondo interno in grado di modificare i successivi processi di pensiero, di ricordo e di immaginazione.

Riferimenti bibliografici

Bruner J. (1990), La ricerca del significato (trad.it), Bollati Boringhieri, Torino, 1992
Conway, M. (2005), Memory and Self, "Journal of memory and language",53, 594-628
Labov W. (1997), Some further steps in narrative analysis, "Journal of narrative and life history", 7, 395-415
Nelson K. e Fivush R. (2004), The Emergence of Autobiographical Memory: A Social Cultural Developmental, "Psychological Review", 111(2), pp. 486-511
Pannebacker J.(1990), Scrivi cosa ti dice il cuore (trad.it.), Erickson, Trento, 2004
Smorti A. (1994), Il pensiero narrativo, Giunti Firenze
Smorti A. (1997), IL Sé come testo, Giunti, Firenze
Smorti A. (2003), La Psicologia Culturale, Carocci, Roma
Smorti A. (2007), Narrazioni, Giunti, Firenze
Spence D.P. (1982), Verità storica e verità narrativa (Trad.it.), Martinelli, Firenze, 1987
Vygotsky L. S. (1934), Pensiero e linguaggio (trad.it.), Giunti, Firenze, 1966

Notizia biobibliografica

Andrea Smorti è Ordinario di Psicologia dello sviluppo cognitivo presso la Facoltà di Psicologia dell'Università di Firenze. Si è occupato di interazione sociale tra bambino e genitore, con riguardo al ruolo svolto dalla figura paterna e ai rapporti tra pensiero e sviluppo sociale. Negli ultimi 10 anni si è occupato di pensiero narrativo, ambito in cui ha pubblicato Il pensiero narrativo e il Sé come testo (Smorti, 1994 e 1997). Sulla tematica affrontata in questa presentazione ricordiamo inoltre il volume La Psicologia culturale (Smorti, 2003) e più recentemente Narrazioni (Smorti, 2007). Al centro del suo interesse, attualmente, è lo studio della narrazione autobiografica delle esperienze traumatiche sia come modo per studiare il significato di queste esperienze sia come strumento di trasformazione e di modificazione per il Sé.

NOTA: (materiale originale, riproduzione vietata se non esplicitamente autorizzata) I materiali sono prodotti da Associazione Pratika© e dai rispettivi autori. Potrai utilizzare liberamente, tutto o in parte, questo materiale per scopi personali e didattici citando la fonte in questo modo: Materiale prodotto da Associazione Pratika© e NOME DELL' AUTORE - www.pratika.net

Animazione

Mi leggi (racconti) una storia?

Quanti di noi, genitori, educatori, insegnanti, animatori, si sono sentiti fare questa domanda. Forse è passato molto tempo, ma ci sono ottime probabilità che la stessa domanda l'abbiamo fatta anche noi, tanti anni prima a qualcuno degli adulti significativi che ci circondavano. Ascoltare una storia, leggere una storia è un processo estremamente semplice, familiare a ciascuno di noi ed, al tempo stesso, qualcosa di estremamente complesso, che chiama in causa processi cognitivi ed emotivi, che struttura i modi con i quali diamo senso e significato agli eventi della vita ed alla vita medesima, che ci "forma" in un senso molto più ampio di quello che pensiamo. Da millenni presso le comunità umane i genitori attraverso fiabe e favole forniscono una prima chiave di lettura per l'esperienza dei figli (più avanti rifletteremo dunque sulla scelta e sulla modificazione, nel corso del tempo, di questo tipo di storie)1.

Tutti (o quasi) abbiamo qualche ricordo legato a qualcuno che, più probabilmente quando eravamo bambini (ma non soltanto, visto il fiorire di associazioni e gruppi legati alla lettura ad Alta Voce come LaAV – www.narrazioni.it) ci ha raccontato o letto ad alta voce delle storie. Questo ricordo è, solitamente, estremamente piacevole e si pone in contraddizione con l'esperienza che, successivamente, molti di noi hanno fatto della lettura nell'istruzione scolastica, specie in quella di secondo grado. Lì spesso la lettura viene avvertita come un obbligo, come un dovere, come qualcosa che "si deve fare" e non viene collegata, in alcun modo, all'esperienza personale, anzi si colloca in un'area che appare, per molteplici motivi, quanto di più lontano possa esserci dall'esperienza di vita quotidiana. Quando la lettura diventa un modo per verificare la conoscenza dei generi letterari o per iniziare un'analisi del testo, quando ciò che ci viene proposto è funzionale alla lettura di saggi critici o non intercetta, in alcun modo, la nostra esperienza personale... la lettura perde il proprio senso principale, quello di consentirci repertori di esperienza protetta, di mettere in parola sensazioni, emozioni, eventi della nostra esperienza personale, quella, in poche parole, di arricchire la nostra vita.

La lettura, insomma, trova nella scuola, che dovrebbe favorirla, praticarla, farla sperimentare una battuta di arresto (i motivi sono molteplici: dalla scelta dei testi alla modalità di utilizzo degli stessi nell'esperienza scolastica). A volte, però, dopo la delusione ed il conseguente allontanamento scolastico, il rapporto con la lettura riemerge, trovando strade e percorsi particolarissimi (e personalissimi) per conquistarsi un proprio spazio. Quando questo accade possiamo procedere a ritroso per scoprire che, almeno una volta, nella vita, solitamente nella prima infanzia, c'è stato un rapporto positivo con la lettura e con le storie. Le storie che vengono lette e raccontate nella prima infanzia hanno dunque un effetto di lungo periodo, molto superiore al gradimento ed alla sensazione di accudimento (che già non sono poca cosa) che si sperimenta nell'immediato. Questo effetto produce, magari a quindici anni di distanza, un'affezione duratura alla lettura, ma ha prodotto anche effetti cognitivo-emotivi che ci hanno sostenuto e ci hanno permesso di "leggere" il mondo intorno persino nel periodo di distanza e rifiuto della lettura stessa.

Le storie di ciascuno di noi crescono ogni giorno, ogni giorno si arricchiscono e si modificano: quelle che ci raccontano e ci raccontiamo, quelle che ascoltiamo, leggiamo, sentiamo, viviamo, quelle in cui, persino senza esserne coscienti, ci imbattiamo (le storie contenute nelle pubblicità, nelle fiction televisive, le storie on line...).

1 Nell'ambito della 9a Fiera nazionale della piccola e media editoria Più libri più liberi 2010, il Gruppo di servizio per la letteratura giovanile ha organizzato il Convegno Dove vai principe azzurro? Fiabe di ieri e di oggi. Nell'ambito di quel Convegno è stata organizzata un'indagine (pur senza ambizioni di rappresentatività e generalizzabilità e presentandosi come sondaggio) estremamente indicativa circa la frequentazione delle fiabe. Da questo sondaggio emerge che le quattro fiabe preferite risultano essere Pinocchio (19%), seguita da Cenerentola (17%) e da Gli Aristogatti e Biancaneve (entrambi con l'11%), percentuali significative sono riscontrate anche per La Sirenetta, La Bella e La Bestia e La Bella Addormentata (tutte e 3 al 6%). Il 66% degli adulti intervistati ha dichiarato di leggere fiabe ai propri bambini ed alunni e alla domanda su chi leggesse loro fiabe quando erano bambini il 71% ha dichiarato che erano i genitori mentre il restante 29% ha risposto i nonni (con occorrenze pari a zero per gli insegnanti!). Soltanto il 42% degli intervistati (costituito in gran parte da insegnanti, bibliotecari, educatori, ... addetti ai lavori, insomma) ha dichiarato di conoscere fiabe con testo italiano e testo originale a fronte (anche se poi l'85% li ritiene utili). Il 100% degli intervistati ritiene (e questo è un dato di particolare rilevanza) che esista un limite di età per leggere le fiabe. Per il tema trattato in questo volume di particolare rilevanza la domanda circa l'effetto e le possibilità offerte dalle fiabe: il 27% ritiene che con le fiabe si possa "fantasticare" e un altro 27% ritiene che si possa "sognare", il 19% ritiene che attraverso le fiabe si possa "sviluppare una mentalità aperta e flessibile", il 15% "arricchire le conoscenze culturali" e soltanto il 12%, infine, pensa che si possano "individuare simboli e metafore". Si evince come la funzione di intrattenimento e di "gioco" sia quella più facilmente attribuita alle fiabe medesime. Alla domanda sulla fruizione delle fiabe attraverso il mezzo televisivo o cinematografico e quale conoscenza delle fiabe esso veicoli le risposte sono state: alternativo (31%), incompleto (31%), originale (18%), pregiudiziale (14%), sufficiente (6%). Il sondaggio in forma completa è edito sulla Rivista "Pagine giovani. Rivista del Gruppo di Servizio per la Letteratura Giovanile", Anno XXXV, 147, n. 1 gennaio‐marzo 2011 (pagg. XV‐XX)

 

Partecipazione

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