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VIDEO: Il colloquio di orientamento - Lez. 07 - Rapporto esperto/cliente

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Il rapporto tra esperto e cliente implica il reciproco riconoscimento dei ruoli. L'orientatore ha una competenza professionale, un ruolo preciso, quindi la relazione non deve ess...

video_orientamento07«Occorre stare in un tempo lungo, in una possibilità di aspettarsi, di aspettare l'altro. E a volte saper aspettare, attendere, è più importante, più difficile...» (Andrea Canevaro).

Il rapporto tra esperto e cliente implica il reciproco riconoscimento dei ruoli. L'orientatore ha una competenza professionale, un ruolo preciso, quindi la relazione non deve essere scambiata, inutilmente, con una relazione amicale. Seppure non vi debba essere una normatività, una direttività da parte dell'orientatore egli assume un ruolo innegabile.

Per passare in rassegna gli stili relazionali che possono essere adottati ci può venire in aiuto la letteratura anglofona sull'agevolazione. L'agevolazione può essere considerata come una delle accezioni del processo di facilitazione. Molto diffusa negli Stati Uniti la figura dell'agevolatore richiama, normalmente, a sei strategie di relazione:

  • Prescrittiva: in questo stile di relazione si offrono regole che dirigano il comportamento della persona in situazione di bisogno, non si risolve direttamente il suo problema, ma gli si prescrive la "cura" per potersi "medicare";

  • Informativa: è un tipo di relazione nel quale ha largo spazio un processo di interpretazione, l'aiutante si comporta in maniera didattica, offre informazioni, istruzioni che si presume possano contribuire ad un adeguamento del comportamento, dei pensieri, degli stati d'animo;

  • Comparativa: in questa strategia di relazione risultano fondamentali i feedback di ritorno, l'helper offre verifiche dirette sulle attitudini limitanti, sui comportamenti bloccanti, sui valori e gli stati d'animo che scoraggiano il cambiamento della persona in situazione di bisogno, incoraggiandola a riconoscere e modificare queste situazioni;

  • Catartica: in questo tipo di relazione l'helper incoraggia le liberazioni emotive del soggetto in situazione di difficoltà, ne stimola la verbalizzazione o altre forme di comunicazione, stimola in lui una forma di catarsi appunto;

  • Catalitica: è centrata sull'incoraggiamento, sulla facilitazione dei processi attraverso i quali la persone può riprendere il controllo, pieno e personale, del proprio percorso di sviluppo e dello stesso programma di aiuto;

  • Sostenitiva: un tipo di relazione nella quale l'approvazione, il sostegno, il suggerimento (molto parco), il consolidamento dei progressi fatti sono comportamenti tipici dell'helper; egli, infatti, cerca di assistere la persona in situazione di bisogno ad accettare il proprio percorso di sviluppo.

Queste sei strategie possono, comunque, essere raggruppate in due macrogruppi, due stili di aiuto principali: lo stile direttivo, normativo o prescrittivo e lo stile sviluppante, facilitativo o non direttivo. Per il colloquio di orientamento è senza dubbio da preferirsi lo stile sviluppante o facilitativo.

Indicazioni bibliografiche:

Batini F., 2001, Lo sguardo che carezza da lontano. Per una formazione alla relazione di aiuto, Milano, Angeli.
Scurati C., 1976, Non direttività, La Scuola, Brescia.

Pratika è leader a livello nazionale nella formazione degli Orientatori. Da quest'anno è attivo il corso di Specializzazione in Orientamento Narrativo

 

NOTA: (materiale originale, riproduzione vietata se non esplicitamente autorizzata) I materiali sono prodotti da Associazione Pratika© e dai rispettivi autori. Potrai utilizzare liberamente, tutto o in parte, questo materiale per scopi personali e didattici citando la fonte in questo modo: Materiale prodotto da Associazione Pratika© e NOME DELL' AUTORE - www.pratika.net

Animazione

Mi leggi (racconti) una storia?

Quanti di noi, genitori, educatori, insegnanti, animatori, si sono sentiti fare questa domanda. Forse è passato molto tempo, ma ci sono ottime probabilità che la stessa domanda l'abbiamo fatta anche noi, tanti anni prima a qualcuno degli adulti significativi che ci circondavano. Ascoltare una storia, leggere una storia è un processo estremamente semplice, familiare a ciascuno di noi ed, al tempo stesso, qualcosa di estremamente complesso, che chiama in causa processi cognitivi ed emotivi, che struttura i modi con i quali diamo senso e significato agli eventi della vita ed alla vita medesima, che ci "forma" in un senso molto più ampio di quello che pensiamo. Da millenni presso le comunità umane i genitori attraverso fiabe e favole forniscono una prima chiave di lettura per l'esperienza dei figli (più avanti rifletteremo dunque sulla scelta e sulla modificazione, nel corso del tempo, di questo tipo di storie)1.

Tutti (o quasi) abbiamo qualche ricordo legato a qualcuno che, più probabilmente quando eravamo bambini (ma non soltanto, visto il fiorire di associazioni e gruppi legati alla lettura ad Alta Voce come LaAV – www.narrazioni.it) ci ha raccontato o letto ad alta voce delle storie. Questo ricordo è, solitamente, estremamente piacevole e si pone in contraddizione con l'esperienza che, successivamente, molti di noi hanno fatto della lettura nell'istruzione scolastica, specie in quella di secondo grado. Lì spesso la lettura viene avvertita come un obbligo, come un dovere, come qualcosa che "si deve fare" e non viene collegata, in alcun modo, all'esperienza personale, anzi si colloca in un'area che appare, per molteplici motivi, quanto di più lontano possa esserci dall'esperienza di vita quotidiana. Quando la lettura diventa un modo per verificare la conoscenza dei generi letterari o per iniziare un'analisi del testo, quando ciò che ci viene proposto è funzionale alla lettura di saggi critici o non intercetta, in alcun modo, la nostra esperienza personale... la lettura perde il proprio senso principale, quello di consentirci repertori di esperienza protetta, di mettere in parola sensazioni, emozioni, eventi della nostra esperienza personale, quella, in poche parole, di arricchire la nostra vita.

La lettura, insomma, trova nella scuola, che dovrebbe favorirla, praticarla, farla sperimentare una battuta di arresto (i motivi sono molteplici: dalla scelta dei testi alla modalità di utilizzo degli stessi nell'esperienza scolastica). A volte, però, dopo la delusione ed il conseguente allontanamento scolastico, il rapporto con la lettura riemerge, trovando strade e percorsi particolarissimi (e personalissimi) per conquistarsi un proprio spazio. Quando questo accade possiamo procedere a ritroso per scoprire che, almeno una volta, nella vita, solitamente nella prima infanzia, c'è stato un rapporto positivo con la lettura e con le storie. Le storie che vengono lette e raccontate nella prima infanzia hanno dunque un effetto di lungo periodo, molto superiore al gradimento ed alla sensazione di accudimento (che già non sono poca cosa) che si sperimenta nell'immediato. Questo effetto produce, magari a quindici anni di distanza, un'affezione duratura alla lettura, ma ha prodotto anche effetti cognitivo-emotivi che ci hanno sostenuto e ci hanno permesso di "leggere" il mondo intorno persino nel periodo di distanza e rifiuto della lettura stessa.

Le storie di ciascuno di noi crescono ogni giorno, ogni giorno si arricchiscono e si modificano: quelle che ci raccontano e ci raccontiamo, quelle che ascoltiamo, leggiamo, sentiamo, viviamo, quelle in cui, persino senza esserne coscienti, ci imbattiamo (le storie contenute nelle pubblicità, nelle fiction televisive, le storie on line...).

1 Nell'ambito della 9a Fiera nazionale della piccola e media editoria Più libri più liberi 2010, il Gruppo di servizio per la letteratura giovanile ha organizzato il Convegno Dove vai principe azzurro? Fiabe di ieri e di oggi. Nell'ambito di quel Convegno è stata organizzata un'indagine (pur senza ambizioni di rappresentatività e generalizzabilità e presentandosi come sondaggio) estremamente indicativa circa la frequentazione delle fiabe. Da questo sondaggio emerge che le quattro fiabe preferite risultano essere Pinocchio (19%), seguita da Cenerentola (17%) e da Gli Aristogatti e Biancaneve (entrambi con l'11%), percentuali significative sono riscontrate anche per La Sirenetta, La Bella e La Bestia e La Bella Addormentata (tutte e 3 al 6%). Il 66% degli adulti intervistati ha dichiarato di leggere fiabe ai propri bambini ed alunni e alla domanda su chi leggesse loro fiabe quando erano bambini il 71% ha dichiarato che erano i genitori mentre il restante 29% ha risposto i nonni (con occorrenze pari a zero per gli insegnanti!). Soltanto il 42% degli intervistati (costituito in gran parte da insegnanti, bibliotecari, educatori, ... addetti ai lavori, insomma) ha dichiarato di conoscere fiabe con testo italiano e testo originale a fronte (anche se poi l'85% li ritiene utili). Il 100% degli intervistati ritiene (e questo è un dato di particolare rilevanza) che esista un limite di età per leggere le fiabe. Per il tema trattato in questo volume di particolare rilevanza la domanda circa l'effetto e le possibilità offerte dalle fiabe: il 27% ritiene che con le fiabe si possa "fantasticare" e un altro 27% ritiene che si possa "sognare", il 19% ritiene che attraverso le fiabe si possa "sviluppare una mentalità aperta e flessibile", il 15% "arricchire le conoscenze culturali" e soltanto il 12%, infine, pensa che si possano "individuare simboli e metafore". Si evince come la funzione di intrattenimento e di "gioco" sia quella più facilmente attribuita alle fiabe medesime. Alla domanda sulla fruizione delle fiabe attraverso il mezzo televisivo o cinematografico e quale conoscenza delle fiabe esso veicoli le risposte sono state: alternativo (31%), incompleto (31%), originale (18%), pregiudiziale (14%), sufficiente (6%). Il sondaggio in forma completa è edito sulla Rivista "Pagine giovani. Rivista del Gruppo di Servizio per la Letteratura Giovanile", Anno XXXV, 147, n. 1 gennaio‐marzo 2011 (pagg. XV‐XX)

 

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