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di Daniela Avallone e Federico Batini in Rivista dell’istruzione (2004), “Democrazia e cittadinanza” n. 5, Maggioli, Rimini.
Le urgenze della cittadinanza partecipativa

La cittadinanza dovrebbe costituire un valore per tutte le società democratiche, il suo tragitto appare però ancora faticoso ed, in gran parte da compiere.
Colin Crouche (1), rileva come un’analisi delle democrazie presenta due scenari possibili: indicherebbe infatti una forbice che si allarga enormemente in direzione di un numero sempre maggiore di democrazie, negli ultimi venticinque anni, o una forbice che si restringe a seconda dei criteri utilizzati per rilevare il sistema politico realmente in vigore. Vengono spesso definite democrazie una molteplicità di paesi che mancano di uno dei fondamenti intrinseci legati al concetto di democrazia rappresentativa: l’espressione libera e volontaria del diritto di voto (espressione, si noti bene, non possibilità di…). Senza fare la fatica di addentrarsi in dati e rapporti è sufficiente notare come già nelle democrazie occidentali di più antico retaggio la disaffezione all’esercizio del diritto/dovere di voto si faccia sempre più consistente sino a coinvolgere non più forme di contestazione minoritarie ma, in molti casi, la maggioranza della popolazione avente diritto.
L’attenzione degli analisti si sposta allora a trovare giustificazione delle forme in atto, si cambiano le denominazioni ed il gioco è fatto: democrazia liberale è il nuovo modo di chiamare la democrazia ed è dunque la modalità migliore…? Il processo fa acqua da tutte le parti: in molti paesi l’unica forma di partecipazione politica riconosciuta e richiesta è quella elettorale, il margine lasciato alle lobby, prevalentemente a quelle economiche, è rilevantissimo, le forme di governo scelte rendono sempre meno forte la propria interferenza con l’economia capitalistica che anzi spesso, riesce a condizionarne le scelte in modo progressivamente più forte, a tutto vantaggio di una elite, poco attenta e interessata al coinvolgimento di larghi strati di cittadini. Crolla così il fondamento stesso della democrazia di tipo rappresentativo: gli eletti governano, legiferano, amministrano per volontà dei cittadini dei quali sono, appunto, rappresentanti. Laddove i cittadini non sono in condizione di esprimersi liberamente o rifiutano di farlo trovandolo inutile (il mio voto non produce cambiamenti), di chi divengono espressione i governanti?
Anche nelle democrazie sostanziali, l’affezione alla politica ed alla partecipazione, anche soltanto elettorale sta mostrando segni di calo. Nello stesso momento in centinaia di forme, in centinaia di modi, con obiettivi lievemente diversi o molto distanti, migliaia di migliaia di persone chiedono maggior potere decisionale per sé e per gli altri. Giunti a buon punto nel transito dalla democrazia rappresentativa alla democrazia liberale esplode la volontà di partecipazione. Ci si pone dunque oggi il problema di individuare se una democrazia rappresentativa deteriorata in una forma non prevista possa mutarsi in democrazia partecipativa: problema dalle molteplici sfaccettature prime delle quali sono la ricerca di forme e modalità operative della democrazia partecipativa unitamente all’individuazione di una strategia per scavalcare la resistenza delle lobby economiche profondamente contrarie a queste transizioni (2).
La penetrazione del “privato” nel dominio pubblico, sotto la forma concreta del passaggio di alcuni servizi essenziali prima appannaggio dello stato, a privati, ma soprattutto secondo il refrain dell’imparare dai modelli aziendali anche nella gestione del pubblico, se ha prodotto, in alcuni casi, un recupero di efficienza, ha spesso prodotto una distorsione dello scopo, ulteriore motivazione per porsi l’obiettivo di nuovi equilibri (3).
Verso l’oligarchia o la democrazia partecipativa?
Questi nuovi equilibri sono raggiungibili soltanto attraverso nuove forme di partecipazione, una riappropriazione dell’agire e del decidere politico che non releghi più i cittadini in ruoli di passiva conferma/disconferma delle azioni politiche quanto piuttosto possibilità di espressione diretta della decisionalità e di pressione nei confronti delle élite politiche che hanno eletto.
Il concetto, mai espresso, ma tanto caro alle élite politiche, di “massimo livello di minima partecipazione” che si traduce in una massiccia partecipazione alle elezioni e in una mancanza di altre forme di partecipazione deve essere sconfitto tramite una serie di azioni che, nel mondo intero, seppur in modo assolutamente disomogeneo e a “macchie di leopardo” si stanno sperimentando.
Le possibilità di espressione della partecipazione trovano pertanto, con un processo ben noto, una maggiore attenzione, possibilità di sperimentazione e di accettazione man mano che la legittimità sociale di queste forme aumenta, prendendo le mosse e mediando le richieste maggiormente eterodosse e, in alcuni casi, anche violente (4).
Il patto sociale che ha conosciuto ormai una sua delegittimazione nella non volontà e, in molti casi, nell’impossibilità da parte dei governi di sostanziare la delega dei cittadini con una restituzione in termini di protezione e sicurezza (fondamenti del patto sociale stesso) chiede dunque di essere riscritto, in una situazione nella quale le alternative sono:
- completare il ciclo della democrazia rappresentativa sino a giungere al suo completo decesso e dunque all’emersione dall’ambiguità alla luce del sole delle già esistenti forme oligarchiche di governo e controllo;
- innestare nell’agonizzante democrazia rappresentativa forme di partecipazione che facilitino e rendano progressivo il transito ad una democrazia di tipo partecipativo (che trova peraltro nella classicità esempi illustri).
Cittadinanza ed istruzione
Stesso tragitto per l’educazione, l’istruzione, la formazione volendo anche per il lavoro e la protezione, sicurezza ed attenzione riservata ad esso.
Stessa possibilità di analisi, con una doppia forbice per l’istruzione: da un lato si potrebbe leggere un progresso nelle istituzioni educative, dall’altro occorre, con attenzione leggere gli investimenti degli stati in questo settore per comprendere, al di là delle petizioni di principio, l’importanza attribuita.
La scolarità di massa, nelle democrazie occidentali, è stato considerato, molti anni prima che questo avvenisse realmente, un obiettivo raggiunto (5). Obiettivo oggi considerato, nelle agende politiche, di bassa lega e di scarsa attualità, nessuno parla più di ridurre il gap tra alfabeti ed analfabeti, pure, nel mondo si contano ancora oltre 900 milioni di analfabeti (tra i quali il 70% sono donne) e circa 120 milioni di bambini non hanno accesso alla scuola (mentre 300.000 bambini sono arruolati come soldati in 30 conflitti armati in corso nel mondo) (6). Questi dati possono costituire, soli, oggetto di abbondanti riflessioni sulla decantata costruzione della società della conoscenza. Intanto, nell’occidente industrializzato, si verifica una nuova marginalità, quella degli analfabeti rispetto alle nuove tecnologie (7), senza le quali diventa sempre più difficile poter esercitare un diritto di cittadinanza nel vero senso della parola. Nella società della conoscenza, per la prima volta nella storia dell’uomo, un gap di conoscenza, una difficoltà non originalmente materiale, è data anche da un possesso fisico: senza un PC in casa dotato di collegamento ad Internet il rischio di appartenere ad una cittadinanza di serie B si fa sempre più concreto.
La distanza tra le politiche attuali su istruzione, formazione, ricerca ed i dettami concordati a livello europeo lascia sbigottiti. Afferma Viviane Reding, commissario europeo per istruzione e cultura, nell’intervento “Le sfide del 2004”, tenuto in una sessione plenaria del Comitato Economico e Sociale Europeo il 28 gennaio 2004, ricordando gli impegni presi a Lisbona (2001; 2003): «Come sapete la Commissione Europea e questo comitato hanno concordato un dettagliato programma di lavoro per far sì che entro il 2010 l’istruzione e formazione europea siano assumibili come modello di qualità. Tuttavia, nel suo rapporto intermedio, recepito dalla Commissione l’11 novembre 2003 e discusso nel Consiglio per l’Educazione del 25 novembre, la Commissione ha dovuto sottolineare il ritardo degli Stati membri nella messa in opera della strategia di Lisbona e propone le misure urgenti che, da adesso in poi, sono indispensabili da prendere. La Commissione stima che occorra agire simultaneamente su quattro assi prioritari:
- concentrare le riforme e gli investimenti sui punti determninanti in ogni paese […] come è noto: ridurre il numero di giovani che lasciano il sistema scolastico senza qualifiche al fine di raggiungere un livello medio del 10%; aumentare il tasso medio di partecipazione degli adulti nell’educazione e la formazione lungo l’intero corso della vita sino al 15%; ridurre a meno della metà, rispetto al 2000, la percentuale di giovani di 15 anni che non possiedono competenze minime in scrittura, lettura e calcolo;
- definire strategie veramente coerenti e globali di educazione e formazione lungo l’intero corso della vita implicandovi ugualmente le autorità territoriali responsabili degli aspetti educativi così come la società civile;
- costruire l'Europa dell’educazione e della formazione, soprattutto attraverso la rapida costruzione di un quadro di riferimento europeo per le qualifiche nell’insegnamento superiore e nella formazione professionale;
- infine attribuire reale importanza al programma di lavoro Educazione e formazione 2010 che la Commissione, insieme con il Consiglio per l’Educazione, sta proponendo al Consiglio europeo nella primavere 2004, perché l’Europa disponga di uno strumento strategico di formulazione e controllo sulle politiche nazionali e comunitarie.
[….] Ci sono ancora rilevanti progressi da fare per ciò che concerne l’investimento in capitale umano e per la qualità dei sistemi educativi e di formazione (8).»
Il progetto Cittadiniamoci
In risposta a queste tendenze ed urgenze l’associazione Pratika ha deciso, assieme ad altri partner, di promuovere una serie di azioni legate ai temi della cittadinanza, dei diritti e della partecipazione.
“DIRITTO AI DIRITTI” è uno dei principali e più significativi slogan utilizzati all’interno del progetto CITTADINIAMOCI, nonché il titolo stesso di una originale ed interessante antologia neo-edita da NoReply.
“Cittadiniamoci” è un progetto che nasce per iniziativa dell’agenzia formativa Pratika di Arezzo e che ha come obiettivo l’aumento della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, partecipazione che mai come in questo periodo ha subito un arretramento: risultato del profondo cambiamento nel rapporto tra generazioni e tra i sessi, ma anche tra culture “altre” e nuove forme di appartenenza e di identità.
La partecipazione, per essere reale, non può prescindere da una reale conoscenza dei propri diritti e dei propri doveri, di come si articoli il nostro “sistema democratico” o di quali possibilità goda un cittadino per esercitare la sua partecipazione. Tutto questo, però, riconoscendo anche la complessità che deriva dalla moltiplicazione delle appartenenze e delle identità e scegliendo, perciò, un modello inclusivo che riduca la marginalità e riconosca l’autonomia del cittadino e che miri dunque anche a nuove forme di partecipazione e di democrazia diretta anche per ovviare ad una certa "crisi" della democrazia rappresentativa.
Il progetto pur rivolgendosi ad un pubblico vasto, identifica due destinatari principali: i cittadini tout court ai quali saranno rivolte una serie di azioni informative ed alcuni “gruppi di interesse” ossia gruppi circoscritti, soprattutto giovanili, a livello locale e per tipologie di utenze, con le quali sia possibile, anche tramite il coinvolgimento diretto degli Enti e delle Scuole, impostare spazi di lavoro e di discussione, ma anche ampliare le possibilità reali di partecipazione.
Il progetto si compone dunque di azioni informative (manifesti, pieghevoli, librettini, cartellonistica, seminari aperti); di azioni formative (percorsi di sensibilizzazione, animazioni, seminari informativi, percorsi di formazione ai formatori); di azioni di riflessioni ed elaborazione (convegni, azioni formative, forum, focus group, produzione di volumi) e partecipazione (apertura di maggiori spazi di partecipazione attiva e diretta in collaborazione con gli Enti locali aderenti).
La campagna di promozione ed informazione si avvale della disponibilità di testimonials, di grandissima fama, scelti dal mondo dello spettacolo, della musica e della cultura (che hanno dato la propria disponibilità gratuita). Tra gli altri: Carlo Lucarelli, Gianmarco Tognazzi e Pau cantante dei Negrita.
Al progetto, inoltre, hanno già aderito: AUSER nazionale (associazione che conta oltre 200.000 iscritti); il Forum Nazionale per l'Educazione degli adulti; e varie amministrazioni comunali ed Enti locali.
Il progetto parte inizialmente a livello interregionale (Centro Italia) per poi espandersi, qualora i risultati siano soddisfacenti, a livello nazionale.
A questo proposito in occasione del festival Arezzo Wave, durante il Word Stage (parte letteraria del Festival) l’11 luglio alle ore 10.30, è stata presentata l’antologia Ho diritto ai diritti, a cura di Federico Batini e Simone Giusti, edizioni Noreply. Si tratta di uno zibaldone di scritture per la difesa e la promozione dei diritti civili: un libro che vuole raccogliere le testimonianze di artisti, narratori, poeti, autori ed altri personaggi disposti a condividere un’idea di cittadinanza e di partecipazione alla vita pubblica come strumento di empowerment, allo scopo di favorire la capacità di scelta degli individui e trasferire il potere di scelta a chi ne è frequentemente escluso. Tra gli autori: Laura Barile, Elisa Biagini, Franco Buffoni, Dan Fante, Valerio Magrelli, Raul Montanari, Marco Vichi.
1 Colin Crouch, 2003, Postdemocrazia, Bari, Laterza.
2 Come nota Crouch infatti: «La maggior parte delle multinazionali hanno origine negli Stati Uniti, l’unica superpotenza mondiale, e quindi possono sommare il governo di quel Paese alla loro forza lobbistica all’interno delle organizzazioni internazionali. E il governo nordamericano è più coinvolto rispetto a molti altri nella libertà delle grandi aziende. Settori della politica un tempo considerati eccezioni dalle linee politiche del libero mercato, come la sanità o gli aiuti ai Paesi poveri [o l’educazione, aggiungiamo], oggi sono messi in discussione dal governo statunitense…» Colin Crouch, 2003, Postdemocrazia, cit., p. 119. Il risultato finale di questa tipologia di atteggiamento (progressiva liberalizzazione su scala internazionale dei commerci) anziché produrre una libertà economica, un mercato libero che si autoregola, produce in realtà un vantaggio per le multinazionali e dei veri e propri oligopoli; sono note al proposito le misure protezionistiche (ad esempio sull’acciaio) imposte, in violazione di molti trattati internazionali, dal governo nordamericano che, nel 2002 hanno definitivamente fatto tramontare il miraggio degli Stati Uniti come esempio di un’economia libera e funzionante (funzionante proprio perché libera e trasparente).
3 La privatizzazione di alcuni servizi essenziali come possono essere, ad esempio, quelli dell’acqua, ha spesso prodotto un incremento delle tariffe e dunque una sostanziazione “commerciale” di quelli che, sino a poco tempo fa, erano considerati servizi in un certo senso “dovuti” ai cittadini.
4 E’ noto come, storicamente, l’affermazione dei diritti sia sempre passata attraverso uno scontro ed una negoziazione successiva partendo da punti di vista molto distanti.
5 «La democratizzazione dei percorsi di formazione e la conseguente scolarizzazione di massa possono essere, a buon diritto, considerate alcune tra le poche utopie che si sono realizzate con esito positivo nella maggior parte dei paesi occidentali. Non mancano tuttavia difficoltà nel rendere efficaci gli obiettivi di una politica educativa di massa e nell’individuare e rendere operativi i rimedi agli insuccessi di tali politiche.» Claudia Montedoro (a cura di, 2001), La personalizzazione dei percorsi di apprendimento e di insegnamento, Angeli, Milano.
6 Si veda al proposito: Federico Batini, “Verso una democrazia formativa”, in: Rivista dell’Istruzione, n. 5/2002.
7 «L’enfasi sull’istruzione e la formazione, come fattori critici di occupabilità, è ovviamente e innegabilmente legata all’irrompere della Information Technology, che minaccia di rinforzare e allargare la spaccatura tra chi sa e chi non sa, tra gli inforicchi e gli infopoveri, tra chi è definitivamente dentro e chi è definitivamente fuori.» Irene Gatti “La personalizzazione nelle nuove norme del sistema di istruzione e di formazione” in: Claudia Montedoro (a cura di, 2001), La personalizzazione dei percorsi di apprendimento e di insegnamento, cit., pag. 145.
8 Viviane Reding, “Le sfide del 2004”, comunicazione tenuta in sessione plenaria del Comitato Economico e Sociale Europeo (28 gennaio 2004).
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