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Omosessualità e stereotipi

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Nella nostra società stereotipi, pregiudizi e discriminazioni sono estremamente diffusi nei confronti delle persone omosessuali. Gli stereotipi (stereos  = rigido, tupos = impronta)...

ESTRATTO DA: L'identità sessuale a scuola, a cura di Federico Batini e Barbara Santoni, in corso di stampa, Liguori

Omosessualità e stereotipi di Gabriele Prati e Luca Pietrantoni

Corso gratuito per insegnantiNella nostra società stereotipi, pregiudizi e discriminazioni sono estremamente diffusi nei confronti delle persone omosessuali. Gli stereotipi (stereos  = rigido, tupos = impronta) sono immagini mentali semplificate al massimo concernenti solitamente categorie di persone (ad esempio i neri, i cinesi o i comunisti). Lo stereotipo generalmente viene espresso nei confronti di altri gruppi sociali: i membri di tali gruppi vengono percepiti come aventi caratteristiche simili; in altre parole ci si riferisce alle persone appartenenti a un gruppo esterno come se fossero analoghe ed intercambiabili, rivolgendosi al gruppo nel suo complesso e non alle singole persone. Per esempio alcuni italiani non hanno nessuna difficoltà nell’affermare che i tedeschi, le lesbiche, gli zingari possiedono determinate caratteristiche giacché si rifanno a immagini mentali estremamente semplificate che riducono o annullano le differenze individuali esistenti tra gli appartenenti a questi gruppi. Pensando a un tedesco non è difficile immaginarlo preciso, rigoroso e dedito al lavoro. Naturalmente questa immagine stereotipica estremamente semplificata non ha nessuna attinenza con l’incommensurabile eterogeneità delle caratteristiche individuali delle singole persone tedesche. Allo stesso modo si pensa che le persone omosessuali siano accomunate da peculiari caratteristiche stereotipiche. È curioso evidenziare poi che tali credenze stereotipiche sono ancora più salde fra le persone che non hanno rapporti di amicizia o conoscenza con gay o lesbiche.

Le ricerche che studiano gli stereotipi nei confronti delle persone omosessuali si trovano di fronte a una prima difficoltà in quanto la parola omosessuale già di per sé racchiude una prima forte sterotipizzazione, vale a dire l’implicita declinazione al maschile.  Il termine viene spesso interpretato per indicare i maschi omosessuali e questa tendenza sembra essere prevalente negli uomini più che nelle donne. In termini generali possiamo affermare che le convinzioni stereotipiche sulle persone omosessuali sono numerose e varie. Nella maggior parte dei casi, gli stereotipi sono negativi e alimentano il pregiudizio anche ve ne sono alcuni considerati generalmente positivi come la sensibilità, l’intelligenza, il temperamento artistico. Pietrantoni (1999) ha suddiviso gli stereotipi riguardo all’omosessualità in quattro categorie:

  • gli stereotipi relativi alla non conformità al ruolo di genere
  • gli stereotipi relativi  al ruolo sociale
  • gli stereotipi relativi alle relazioni e al comportamento sessuale
  • gli stereotipi relativi alle cause dell’omosessualità

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(estratto da: L'identità sessuale a scuola, Liguori, in corso di stampa a cura di Federico Batini e Barbara Santoni)

 

NOTA: (materiale originale, riproduzione vietata se non esplicitamente autorizzata) I materiali sono prodotti da Associazione Pratika© e dai rispettivi autori. Potrai utilizzare liberamente, tutto o in parte, questo materiale per scopi personali e didattici citando la fonte in questo modo: Materiale prodotto da Associazione Pratika© e NOME DELL' AUTORE - www.pratika.net

Animazione

Mi leggi (racconti) una storia?

Quanti di noi, genitori, educatori, insegnanti, animatori, si sono sentiti fare questa domanda. Forse è passato molto tempo, ma ci sono ottime probabilità che la stessa domanda l'abbiamo fatta anche noi, tanti anni prima a qualcuno degli adulti significativi che ci circondavano. Ascoltare una storia, leggere una storia è un processo estremamente semplice, familiare a ciascuno di noi ed, al tempo stesso, qualcosa di estremamente complesso, che chiama in causa processi cognitivi ed emotivi, che struttura i modi con i quali diamo senso e significato agli eventi della vita ed alla vita medesima, che ci "forma" in un senso molto più ampio di quello che pensiamo. Da millenni presso le comunità umane i genitori attraverso fiabe e favole forniscono una prima chiave di lettura per l'esperienza dei figli (più avanti rifletteremo dunque sulla scelta e sulla modificazione, nel corso del tempo, di questo tipo di storie)1.

Tutti (o quasi) abbiamo qualche ricordo legato a qualcuno che, più probabilmente quando eravamo bambini (ma non soltanto, visto il fiorire di associazioni e gruppi legati alla lettura ad Alta Voce come LaAV – www.narrazioni.it) ci ha raccontato o letto ad alta voce delle storie. Questo ricordo è, solitamente, estremamente piacevole e si pone in contraddizione con l'esperienza che, successivamente, molti di noi hanno fatto della lettura nell'istruzione scolastica, specie in quella di secondo grado. Lì spesso la lettura viene avvertita come un obbligo, come un dovere, come qualcosa che "si deve fare" e non viene collegata, in alcun modo, all'esperienza personale, anzi si colloca in un'area che appare, per molteplici motivi, quanto di più lontano possa esserci dall'esperienza di vita quotidiana. Quando la lettura diventa un modo per verificare la conoscenza dei generi letterari o per iniziare un'analisi del testo, quando ciò che ci viene proposto è funzionale alla lettura di saggi critici o non intercetta, in alcun modo, la nostra esperienza personale... la lettura perde il proprio senso principale, quello di consentirci repertori di esperienza protetta, di mettere in parola sensazioni, emozioni, eventi della nostra esperienza personale, quella, in poche parole, di arricchire la nostra vita.

La lettura, insomma, trova nella scuola, che dovrebbe favorirla, praticarla, farla sperimentare una battuta di arresto (i motivi sono molteplici: dalla scelta dei testi alla modalità di utilizzo degli stessi nell'esperienza scolastica). A volte, però, dopo la delusione ed il conseguente allontanamento scolastico, il rapporto con la lettura riemerge, trovando strade e percorsi particolarissimi (e personalissimi) per conquistarsi un proprio spazio. Quando questo accade possiamo procedere a ritroso per scoprire che, almeno una volta, nella vita, solitamente nella prima infanzia, c'è stato un rapporto positivo con la lettura e con le storie. Le storie che vengono lette e raccontate nella prima infanzia hanno dunque un effetto di lungo periodo, molto superiore al gradimento ed alla sensazione di accudimento (che già non sono poca cosa) che si sperimenta nell'immediato. Questo effetto produce, magari a quindici anni di distanza, un'affezione duratura alla lettura, ma ha prodotto anche effetti cognitivo-emotivi che ci hanno sostenuto e ci hanno permesso di "leggere" il mondo intorno persino nel periodo di distanza e rifiuto della lettura stessa.

Le storie di ciascuno di noi crescono ogni giorno, ogni giorno si arricchiscono e si modificano: quelle che ci raccontano e ci raccontiamo, quelle che ascoltiamo, leggiamo, sentiamo, viviamo, quelle in cui, persino senza esserne coscienti, ci imbattiamo (le storie contenute nelle pubblicità, nelle fiction televisive, le storie on line...).

1 Nell'ambito della 9a Fiera nazionale della piccola e media editoria Più libri più liberi 2010, il Gruppo di servizio per la letteratura giovanile ha organizzato il Convegno Dove vai principe azzurro? Fiabe di ieri e di oggi. Nell'ambito di quel Convegno è stata organizzata un'indagine (pur senza ambizioni di rappresentatività e generalizzabilità e presentandosi come sondaggio) estremamente indicativa circa la frequentazione delle fiabe. Da questo sondaggio emerge che le quattro fiabe preferite risultano essere Pinocchio (19%), seguita da Cenerentola (17%) e da Gli Aristogatti e Biancaneve (entrambi con l'11%), percentuali significative sono riscontrate anche per La Sirenetta, La Bella e La Bestia e La Bella Addormentata (tutte e 3 al 6%). Il 66% degli adulti intervistati ha dichiarato di leggere fiabe ai propri bambini ed alunni e alla domanda su chi leggesse loro fiabe quando erano bambini il 71% ha dichiarato che erano i genitori mentre il restante 29% ha risposto i nonni (con occorrenze pari a zero per gli insegnanti!). Soltanto il 42% degli intervistati (costituito in gran parte da insegnanti, bibliotecari, educatori, ... addetti ai lavori, insomma) ha dichiarato di conoscere fiabe con testo italiano e testo originale a fronte (anche se poi l'85% li ritiene utili). Il 100% degli intervistati ritiene (e questo è un dato di particolare rilevanza) che esista un limite di età per leggere le fiabe. Per il tema trattato in questo volume di particolare rilevanza la domanda circa l'effetto e le possibilità offerte dalle fiabe: il 27% ritiene che con le fiabe si possa "fantasticare" e un altro 27% ritiene che si possa "sognare", il 19% ritiene che attraverso le fiabe si possa "sviluppare una mentalità aperta e flessibile", il 15% "arricchire le conoscenze culturali" e soltanto il 12%, infine, pensa che si possano "individuare simboli e metafore". Si evince come la funzione di intrattenimento e di "gioco" sia quella più facilmente attribuita alle fiabe medesime. Alla domanda sulla fruizione delle fiabe attraverso il mezzo televisivo o cinematografico e quale conoscenza delle fiabe esso veicoli le risposte sono state: alternativo (31%), incompleto (31%), originale (18%), pregiudiziale (14%), sufficiente (6%). Il sondaggio in forma completa è edito sulla Rivista "Pagine giovani. Rivista del Gruppo di Servizio per la Letteratura Giovanile", Anno XXXV, 147, n. 1 gennaio‐marzo 2011 (pagg. XV‐XX)

 

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