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TEORIE: L'orientamento narrativo in sintesi

di Federico Batini

Consulente di orientamento

L’orientamento narrativo, ideato nel 1997 (Batini, Salvarani, 1999a, 1999b; Batini, Zaccaria, 2000; 2002), è un metodo che lavora attraverso l’utilizzo di narrazioni (romanzi, racconti, film, immagini, canzoni) e di materiali biografici (direttamente, metaforicamente) delle persone con le quali si lavora.

L’antropologia e l’etnografia culturale, la psicologia culturale, il costruttivismo e la riflessività sono i paradigmi epistemologici dai quali ha preso le mosse, all’inizio del 1997, l’orientamento narrativo. Il richiamo al punto di vista costruttivista per il quale sia scienza che arte sono due sistemi di costruzione del mondo e, più in generale ognuno di noi procede alla costruzione di un mondo e di una realtà che non è soltanto una produzione individuale, ma viene negoziata con la cultura e la società di appartenenza (Bruner, 1992, 1997).

La metodologia dell’orientamento narrativo risponde in modo nuovo, spesso creativo, alle esigenze dell’individuo che attraversa momenti di scelta “soggettivamente definiti” (Batini, Del Sarto, 2005; Batini, Giusti, 2008).

Secondo questa metodologia orientare un individuo “significa trasferirgli competenze di autorientamento, con la finalità di scelte (il plurale è d'obbligo) immediate o future, in direzione di una decisione o per una lettura più appropriata di un contesto esistenziale e/o professionale, per progettare un percorso formativo o per migliorare la percezione di sé in direzione di un'efficacia maggiore nell'azione di soddisfacimento dei propri bisogni, di realizzazione dei propri progetti e desideri, in direzione di una maggiore chiarezza su questi stessi” (Batini, Del Sarto, 2007, p.48).

Al centro del processo c’è la persona, il suo vissuto, la sua biografia personale, formativa e professionale, la storia dei suoi eventi critici e dei modi in cui li ha affrontati, il suo modo di percepirsi e raccontarsi, le sue aspirazioni, i suoi progetti, ci si lavora attraverso le narrazioni, attraverso stimoli narrativi, attraverso percorsi di implementazione di competenze narrative.

Tale approccio ha la finalità di sviluppare nell’individuo la sua competenza narrativa, intesa come capacità di narrare: di raccontare, ma anche ascoltare, una storia, di interpretare ed attribuire senso e significato (favorire processi di sensemaking, produzione di senso) agli eventi, alle situazioni, alle direzioni che ciascuno intraprende, cosciente di essere in un’azione situata (il senso e significato che attribuisco oggi al mio percorso o semplicemente a ciò che mi accade può essere differente dal senso e significato che attribuirò domani, o tra una settimana, alle stesse cose; il significato che attribuisco al mio percorso formativo, poniamo, scrivendo un libro è diverso di quello che potrei dare di fronte ad un bicchiere di vino con degli amici) ma anche un processo capace di stimolare una direzione (oggi ho questa traiettoria che so che, almeno parzialmente, modificherò, comprenderò in modo nuovo etc..) e dunque la progettualità e l’agentività dei soggetti con una flessibilità molto maggiore di altri metodi di orientamento.

La narrazione è definita come un processo cognitivo attraverso il quale strutturiamo, in unità di tempo temporalmente significative, unità di esperienza, attribuendogli un ordine e delle relazioni (Batini, Del Sarto, 2005, p.33).

Lo stesso processo si ripete nel momento in cui ascoltiamo una narrazione, basti pensare all’operazione di “riempimento” che viene fatta quando, mediante l’immaginazione, collochiamo dati mancanti in una sequenza narrativa ascoltata. Il pensiero narrativo agisce inoltre, in modo tacito, in qualsiasi situazione professionale, nella quale le capacità previsionali del professionista vengono esercitate tramite una narrazione del “probabile” per compiere l’azione più adeguata allo svolgersi degli eventi previsti. Il recupero di esempi narrativi significativi consente una riflessione intorno ai significati e la costruzione di narrazioni ulteriori, tramite attività suggerite ad hoc, può rivestire un’importanza fondamentale per la formazione della professionalità o per compiere delle scelte, o per progettarsi.

Dunque le strutture narrative, derivanti dai concetti di schemi di storie, di modelli mentali, di sistemi funzionali della memoria, sono forme universali attraverso le quali le persone comprendono la realtà, se la rappresentano, le attribuiscono senso e significato e ne parlano. La narrazione non ha, però, soltanto una funzione interpretativa rispetto alla realtà esterna (il mondo intorno a noi), ma struttura anche la modalità di pensiero che abbiamo su noi stessi, ovvero quello che abitualmente chiamiamo coscienza di sé (il mondo interno). In altri termini, il Sé individuale emerge sia dalle narrazioni sul vissuto personale che l'individuo stesso propone (narrazioni autobiografiche, ma non solo) sia dalle narrazioni che altri compiono su di lui, elaborate entrambe dall'individuo stesso in nuove forme di coscienza. Risulta facile inferire come la mescolanza di questi due “mondi”, interno ed esterno, costituisca uno dei principali veicoli di produzione di significato e di possibilità di scambio rispetto ad esso. Quando racconto un evento nella narrazione sono frammisti l’evento e l’interpretazione che ne dò (i sentimenti, le emozioni che mi ha provocato...) costruendo dunque, attraverso la stessa narrazione, il significato che io attribuisco a quell’evento.

Sintetizzando, potremmo asserire che la vita umana è contraddistinta dai significati, ovvero che la nostra vita è condizionata più dalle opinioni e dai significati che attribuiamo agli eventi che dagli eventi medesimi (Bruner, 1990; Watzlawick et al., 1971; 1978). Le narrazioni giocano un ruolo centrale proprio nel processo di significazione degli eventi: le narrazioni con cui (in cui) i soggetti organizzano le esperienze e gli eventi in genere costituiscono il fondamento della percezione che hanno degli altri, di se stessi, del mondo esterno.

E’ attraverso la narrazione che si attribuiscono significati agli eventi, si “ordina” e si può condividere la propria esperienza. Attraverso essa si “allena” la capacità di autoanalisi e, quindi, la consapevolezza di sé, che la pratica dell’orientamento primariamente intende sviluppare nel soggetto. Perché una delle fondamentali finalità dell’orientare è quella di promuovere nella persona una autonomia nel (ri)conoscersi ed accettarsi, una capacità concreta di individuare i propri elementi di forza e di debolezza, le proprie competenze, attitudini, interessi, motivazioni, e farne strumento per il raggiungimento dei propri obiettivi.

Questa competenza può essere raggiunta utilizzando come strumento la/e narrazione/i.

Narrazione intesa come autobiografia, ma non solo. Quando (mi) racconto (produco una storia) definisco la mia identità, cerco coerenza tra il passato ed il presente, creando degli strumenti cognitivi per progettare il futuro. Ma anche nell’ascoltare attingo elementi per “riordinare” la mia esperienza, le mie personali regole di interpretazione del mondo e dei suoi accadimenti. L’unicità dei percorsi e delle storie, delle modalità di approccio alla propria esistenza ha sempre costituito un problema per la costruzione di metodi orientativi.

L’orientamento narrativo è una strada percorribile, proprio perché risolve una contraddizione apparentemente insanabile: quella tra assoluta differenza individuale e necessità di standardizzazione del metodo, tramite l’ermeneutica che sostanzia il metodo stesso (Batini, Del Sarto, 2007, p. 47).

Il senso nel quale utilizziamo il termine “narrativo” fa riferimento, principalmente, all’opposizione con l’altra forma di funzionamento cognitivo, quella logico-scientifica, ed al paradigma definito pedagogia narrativa, ricordando, comunque che essa è la forma primaria tramite la quale viene attribuito un significato all’esperienza umana. “Mentre la narrativa come processo cognitivo non può essere sottoposta all’osservazione, possiamo “osservare” storie, miti, fiabe, romanzi personali e sociali, nonché i racconti, le storie di tutti i giorni che usiamo per spiegare le nostre azioni e quelle degli altri” (J. Goody 1997, tr. it. 2000, pp. 166-167.)

La domanda odierna di orientamento è, in primo luogo, una domanda di senso, andare alla ricerca di un orientamento nel mondo, di un indirizzo per la propria esperienza, per il proprio vissuto, per progettare il proprio futuro. Sentire questa domanda come spinta profonda significa non accomodarsi su pensieri già “masticati”, oltrepassare ogni risposta che miri solo al risultato ed all'utilità immediata, di conseguenza anche l’orientamento si trova a dover cambiare le proprie modalità di risposta.

L’orientamento narrativo tenta il difficile ed ambizioso percorso di rispondere pienamente alla domanda di senso e significato dell’uomo contemporaneo (Batini, Salvarani, 1999a, 1999b; Batini, Zaccaria, 2000, 2002; Batini, Del Sarto, 2005; Batini, Giusti, 2008).

Le competenze che si propone di sviluppare sono:

  • essere in grado di dare una struttura ed esercitare un controllo sul reale;
  • essere in grado di fornire una propria interpretazione della realtà ed esercitare previsioni che costituiscano guida per l’azione;
  • essere capaci di produrre consapevolmente senso e significato rispetto agli eventi, alla propria realtà, al proprio passato, presente e futuro ed essere coscienti della parzialità, della soggettività e provvisorietà di questo processo, rimanendo disponibile a negoziare senso e significato con gli altri e a rispettare le altrui produzioni;
  • costruire consapevolmente la propria identità personale e sociale (cfr. per una spiegazione di dettaglio su queste competenze obiettivo Batini, Del Sarto, 2007; Batini, Giusti, 2008).

 

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Animazione

Mi leggi (racconti) una storia?

Quanti di noi, genitori, educatori, insegnanti, animatori, si sono sentiti fare questa domanda. Forse è passato molto tempo, ma ci sono ottime probabilità che la stessa domanda l'abbiamo fatta an che noi, tanti anni prima a qualcuno degli adulti significativi che ci circondavano. Ascoltare una storia, leggere una storia è un processo estremamente semplice, familiare a ciascuno di noi ed, al tempo stesso, qualcosa di estremamente complesso, che chiama in causa processi cognitivi ed emotivi, che struttura i modi con i quali diamo senso e significato agli eventi della vita ed alla vita medesima, che ci "forma" in un senso molto più ampio di quello che pensiamo. Da millenni presso le comunità umane i genitori attraverso fiabe e favole forniscono una prima chiave di lettura per l'esperienza dei figli (più avanti rifletteremo dunque sulla scelta e sulla modificazione, nel corso del tempo, di questo tipo di storie)1.

Tutti (o quasi) abbiamo qualche ricordo legato a qualcuno che, più probabilmente quando eravamo bambini (ma non soltanto, visto il fiorire di associazioni e gruppi legati alla lettura ad Alta Voce come LaAV – www.narrazioni.it) ci ha raccontato o letto ad alta voce delle storie. Questo ricordo è, solitamente, estremamente piacevole e si pone in contraddizione con l'esperienza che, successivamente, molti di noi hanno fatto della lettura nell'istruzione scolastica, specie in quella di secondo grado. Lì spesso la lettura viene avvertita come un obbligo, come un dovere, come qualcosa che "si deve fare" e non viene collegata, in alcun modo, all'esperienza personale, anzi si colloca in un'area che appare, per molteplici motivi, quanto di più lontano possa esserci dall'esperienza di vita quotidiana. Quando la lettura diventa un modo per verificare la conoscenza dei generi letterari o per iniziare un'analisi del testo, quando ciò che ci viene proposto è funzionale alla lettura di saggi critici o non intercetta, in alcun modo, la nostra esperienza personale... la lettura perde il proprio senso principale, quello di consentirci repertori di esperienza protetta, di mettere in parola sensazioni, emozioni, eventi della nostra esperienza personale, quella, in poche parole, di arricchire la nostra vita.

La lettura, insomma, trova nella scuola, che dovrebbe favorirla, praticarla, farla sperimentare una battuta di arresto (i motivi sono molteplici: dalla scelta dei testi alla modalità di utilizzo degli stessi nell'esperienza scolastica). A volte, però, dopo la delusione ed il conseguente allontanamento scolastico, il rapporto con la lettura riemerge, trovando strade e percorsi particolarissimi (e personalissimi) per conquistarsi un proprio spazio. Quando questo accade possiamo procedere a ritroso per scoprire che, almeno una volta, nella vita, solitamente nella prima infanzia, c'è stato un rapporto positivo con la lettura e con le storie. Le storie che vengono lette e raccontate nella prima infanzia hanno dunque un effetto di lungo periodo, molto superiore al gradimento ed alla sensazione di accudimento (che già non sono poca cosa) che si sperimenta nell'immediato. Questo effetto produce, magari a quindici anni di distanza, un'affezione duratura alla lettura, ma ha prodotto anche effetti cognitivo-emotivi che ci hanno sostenuto e ci hanno permesso di "leggere" il mondo intorno persino nel periodo di distanza e rifiuto della lettura stessa.

Le storie di ciascuno di noi crescono ogni giorno, ogni giorno si arricchiscono e si modificano: quelle che ci raccontano e ci raccontiamo, quelle che ascoltiamo, leggiamo, sentiamo, viviamo, quelle in cui, persino senza esserne coscienti, ci imbattiamo (le storie contenute nelle pubblicità, nelle fiction televisive, le storie on line...).

1 Nell'ambito della 9a Fiera nazionale della piccola e media editoria Più libri più liberi 2010, il Gruppo di servizio per la letteratura giovanile ha organizzato il Convegno Dove vai principe azzurro? Fiabe di ieri e di oggi. Nell'ambito di quel Convegno è stata organizzata un'indagine (pur senza ambizioni di rappresentatività e generalizzabilità e presentandosi come sondaggio) estremamente indicativa circa la frequentazione delle fiabe. Da questo sondaggio emerge che le quattro fiabe preferite risultano essere Pinocchio (19%), seguita da Cenerentola (17%) e da Gli Aristogatti e Biancaneve (entrambi con l'11%), percentuali significative sono riscontrate anche per La Sirenetta, La Bella e La Bestia e La Bella Addormentata (tutte e 3 al 6%). Il 66% degli adulti intervistati ha dichiarato di leggere fiabe ai propri bambini ed alunni e alla domanda su chi leggesse loro fiabe quando erano bambini il 71% ha dichiarato che erano i genitori mentre il restante 29% ha risposto i nonni (con occorrenze pari a zero per gli insegnanti!). Soltanto il 42% degli intervistati (costituito in gran parte da insegnanti, bibliotecari, educatori, ... addetti ai lavori, insomma) ha dichiarato di conoscere fiabe con testo italiano e testo originale a fronte (anche se poi l'85% li ritiene utili). Il 100% degli intervistati ritiene (e questo è un dato di particolare rilevanza) che esista un limite di età per leggere le fiabe. Per il tema trattato in questo volume di particolare rilevanza la domanda circa l'effetto e le possibilità offerte dalle fiabe: il 27% ritiene che con le fiabe si possa "fantasticare" e un altro 27% ritiene che si possa "sognare", il 19% ritiene che attraverso le fiabe si possa "sviluppare una mentalità aperta e flessibile", il 15% "arricchire le conoscenze culturali" e soltanto il 12%, infine, pensa che si possano "individuare simboli e metafore". Si evince come la funzione di intrattenimento e di "gioco" sia quella più facilmente attribuita alle fiabe medesime. Alla domanda sulla fruizione delle fiabe attraverso il mezzo televisivo o cinematografico e quale conoscenza delle fiabe esso veicoli le risposte sono state: alternativo (31%), incompleto (31%), originale (18%), pregiudiziale (14%), sufficiente (6%). Il sondaggio in forma completa è edito sulla Rivista "Pagine giovani. Rivista del Gruppo di Servizio per la Letteratura Giovanile", Anno XXXV, 147, n. 1 gennaio‐marzo 2011 (pagg. XV‐XX)

 

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