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Racconti, storie e narrazioni di Paolo Jedlowski

Da pochi giorni in libreria il volume: Federico Batini, Simone Giusti, Paolo Jedlowski, Giuseppe Mantovani, Ludovica Scarpa, Andrea Smorti, LE STORIE SIAMO NOI Gestire le scelte e costruire la propria vita con le narrazioni (a cura di Federico Batini e Simone Giusti), Liguori Editore, Napoli

ECCO UN PICCOLO ESTRATTO DAL CONTRIBUTO DI PAOLO JEDLOWSKI

Racconti, storie e narrazioni di Paolo Jedlowski

Esperto Consulente di OrientamentoÈ opportuno però che io precisi i termini che uso in proposito. Seguendo i suggerimenti dei narratologi, intendo la /storia/ come l’oggetto di cui si racconta, ovvero il “contenuto” di un certo discorso; il /racconto/ come il discorso mediante cui la storia è evocata: un “testo”, dunque, o un “enunciato”; e la /narrazione/ come l’azione mediante cui si racconta, l’“enunciazione” [1]. Poiché è un’azione, è la narrazione a prestarsi propriamente come oggetto dell’analisi di chi, come me, è un sociologo. Del resto, non è semplicemente un’azione: poiché è un’azione mediante cui qualcuno racconta qualcosa ad un altro, è propriamente una /inter-azione/. E si iscrive dunque in /relazioni sociali/ [2].

La facoltà di narrare è probabilmente una costante umana. Come ha scritto Ricoeur, «non sappiamo che cosa sarebbe una cultura nella quale non si sappia più che cosa significhi /raccontare/» [3]. Tuttavia, si trasforma. Una lunga serie di innovazioni mediali hanno trasformato le pratiche narrative al punto di farne temere, se non la scomparsa, quanto meno una certa atrofia. È come abbiamo visto, la tesi di Benjamin, e ve ne sono diverse ragioni, almeno per quanto riguarda le pratiche narrative che si dispiegano oralmente fra persone compresenti nello spazio e nel tempo. La più ovvia sta nel fatto che oggi vi sono innumerevoli agenzie che si occupano di rifornirci di storie a vari titoli e per vari motivi. Per ascoltare una storia non abbiamo bisogno di rivolgerci a una persona in carne e ossa. Ma, così come la comparsa dei vari mezzi di comunicazione che si sono succeduti nel tempo non ha cancellato l’esistenza di conversazioni faccia a faccia, allo stesso modo non è vero che abbia cancellato definitivamente pratiche narrative di carattere orale.

Specializzazione in Orientamento NarativoCerto, nelle conversazioni non è sempre facile distinguere la narrazione vera e propria dagli altri generi del discorso. Il discorso narrativo è un discorso che rappresenta il tempo e la contingenza: la condizione minimale perché un’enunciazione possa essere qualificata come narrativa è che qualcuno dica ad un altro che “è successo qualcosa” [4]. Tuttavia, quasi ogni espressione verbale è legata a una dose più o meno piccola di narrazione, che può andare dal resoconto frammentario di qualche avvenimento o dall’aneddoto appena accennato fino a discorsi più definiti che riconosciamo come veri e propri racconti [5].

E questi ultimi sono più frequenti di quanto non si pensi. Il tempo per dispiegare un racconto come si deve è forse oggi più raro di quanto non fosse una volta. Ma sono racconti anche quelli che scambiamo con conoscenti che non vedevamo da tempo (“e poi, com’è andata?”; “E di lei, che mi dici?”), con i figli a cui domandiamo come è andata la scuola, con i colleghi con i quali vantiamo un affare, con gli amici, in riunioni con i parenti… Ciò avviene, se non altro, perché raccontare “cosa è successo” è uno strumento essenziale per coordinare le azioni.

All’interno di una conversazione, la narrazione si presenta come un momento della sequenza dei turni di parola. Il narratore appare il protagonista dell'azione, ma l’interlocutore è tutt'altro che passivo. In generale, sappiamo che ciascuna enunciazione presuppone, per la sua realizzazione, l’esistenza non soltanto di un parlante ma anche di un ascoltatore.

 


 

[1] Per questo uso dei termini vedi in particolare Genette, 1976.

[2] In quanto inter-azioni, le narrazioni si dispiegano entro relazioni sociali e contribuiscono a dar loro forma e significato. D’altro canto, sono azioni particolari: azioni in cui si raccontano azioni; esse costituiscono dunque aspetti peculiari della riflessività che caratterizza gli attori sociali. In proposito mi rifacco a A. Melucci, 2000. Va osservato per altro che nella realtà esistono raramente azioni singole, chiaramente isolabili da altre: esistono corsi di azioni, condotte; inoltre, i corsi d’azione tendono ad assumere col tempo, in ciascun campo della vita sociale, forme parzialmente standardizzate; per questi motivi, piuttosto che di “azioni”, è spesso preferibile parlare di “pratiche”: le narrazioni sono dunque /pratiche narrative/. Sono pratiche discorsive caratterizzate dal fatto che i discorsi in questione sono di genere narrativo, cioè sono “racconti”. Potrei definirle così: sono quel genere di pratiche in cui, attraverso un racconto, due o più soggetti mettono in comune una storia.

[3] Ricoeur, 1994, vol. II, p. 54.

[4] Per la definizione di ciò che rende un discorso propriamente narrativo mi rifaccio in particolare a Prince, 1984.

[5] Sul punto mi rifaccio in particolare a B. Herrnstein Smith, 1984.

 

NOTA: (materiale originale, riproduzione vietata se non esplicitamente autorizzata) I materiali sono prodotti da Associazione Pratika© e dai rispettivi autori. Potrai utilizzare liberamente, tutto o in parte, questo materiale per scopi personali e didattici citando la fonte in questo modo: Materiale prodotto da Associazione Pratika© e NOME DELL' AUTORE - www.pratika.net

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