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Un nuovo orientamento: nuovi orientatori

di Federico Batini

I titoli di studio e la società in movimento

In una società stabile i titoli di studio rispondono ad una funzione precisa. Laddove è possibile, infatti, determinare, con un buon grado di prevedibilità, i percorsi attraverso i quali ci si può preparare ad una professione si costruiscono sistemi improntati su questa logica, si definiscono percorsi formativi e si collega l'accesso ad una professione ad un particolare percorso formativo, si attribuisce a un titolo o a una qualifica la funzione di garantire sull'accesso di soggetti adeguati e preparati a svolgere quella professione. Questa logica ha avuto senso, unita al congegno disciplinare (discipline come metodi di gestione e di "potere" sul sapere, almeno dall'illuminismo, tramontata l'illusione enciclopedica) per molto tempo, perché per molto tempo abbiamo vissuto in società stabili o a cambiamento lento.

In una società caratterizzata dal continuo mutare di dispositivi e pratiche sociali, di modalità di relazione e interconnessione, di richieste del mercato del lavoro in termini di tipologie di professionalità e singole competenze richieste i titoli di studio faticano a rivestire la stessa funzione. Oggi si chiede, infatti, ai sistemi di istruzione di fornire quelle competenze di base e trasversali che possano servire agli apprendimenti successivi, ovvero che consentano a un soggetto di guidare e determinare il proprio apprendimento. L'apprendimento è continuo (termini che indicano la necessità di apprendere sempre sono usciti dalla ristretta cerchia degli specialisti per approdare su quotidiani e televisioni) e dunque per i singoli soggetti diventa essenziale poter essere capaci di scegliere gli apprendimenti, trovare dove svilupparli, regolare il proprio apprendimento.

Gli orientatori

Gli orientatori rivestono, in questa fase di cambiamento, supporti fondamentali per i soggetti che non sono stati preparati dal sistema di istruzione alla gestione di tutti questi processi di cambiamento.

L'orientatore assume allora anche uno scopo formativo nei confronti dei soggetti e precisamente deve avere l'obiettivo di far sviluppare ai soggetti che incontra competenze di autorientamento.

Al fine di non cronicizzare la domanda orientativa dei soggetti e creare dipendenza occorre che i soggetti apprendano a: interpretare le realtà e costruire significati, conoscere se stessi e le proprie competenze, mettere in campo progetti o, meglio, strategie, scegliere percorsi formativi e professionali.

Nella formazione degli orientatori questo significa porre attenzione a nuove competenze per questi professionisti così decisivi per il nostro futuro.

 

Riferimenti bibliografici

Batini F. (a cura di, 2005), Manuale per orientatori, Trento, Erickson.

Batini F., Zaccaria R. (a cura di, 2000), Per un orientamento narrativo, Milano, Angeli.

Batini F. (2011), Storie, futuro e controllo, Napoli, Liguori.

Capecchi G. (2005), La formazione degli orientatori: esperienze europee, in: Batini F. (a cura di, 2005), Manuale per orientatori, Trento, Erickson.

Grimaldi A. (a cura di, 2003a), Profili professionali per l'orientamento: la proposta ISFOL, Milano, Franco Angeli.

Grimaldi A. (a cura di 2003b), L'orientamento in Europa: alcune esperienze significative, Isfol Strumenti e Ricerche, Milano, Franco Angeli.

A. Grimaldi, R. Porcelli (a cura di, 2003), Orientamento e scuola: quale ruolo per l'insegnante, Isfol Strumenti e Ricerche, Milano, Franco Angeli.

Grimaldi A. (2005), Verso un nuovo scenario per l'orientamento, in: Batini F. (a cura di, 2005), Manuale per orientatori, Trento, Erickson.

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Partecipazione

di Michela Alviani

La partecipazione alla società ha inizio nel momento in cui il bambino viene al mondo, e si scopre capace di influenzare gli eventi con il pianto e con i gesti. Il grado e la natura di tale influenza variano in relazione alla cultura o alla particolarità della famiglia in cui egli viene a trovarsi.

Dunque, partecipare fin da piccoli si può, basta trovare la strategia e gli strumenti appropriati per coinvolgere e stimolare i bambini. Chiaramente va posta attenzione a non attribuire loro il ruolo di adulti, rendendoli partecipi di troppe iniziative che magari non sono alla loro portata. (Lorenzo,1998; Rossi, 2005)

I bambini hanno una peculiare attitudine alla ricerca e alla progettualità, mostrano sensibilità ai bisogni dei più deboli e dei diversi, sono dei suggeritori continui di interessi. Inoltre, possiedono una naturale capacità di coinvolgere altre fasce di età ed altre categorie sociali, fungendo da catalizzatori nei processi partecipativi.

Assumere come punto di partenza lo sguardo, il pensiero, la parola, il gesto di un bambino, avvicinarsi al suo linguaggio verbale, visivo e corporeo, possono rendere alcune situazioni molto più semplici di come appaiono all'occhio adulto.

È meraviglioso osservare come coloro che sono considerati minori, in quanto ad età, siano capaci di mettere in difficoltà i grandi con la loro essenzialità di linguaggio, meravigliandosi, inoltre, per l'incapacità degli adulti di agire, di pensare alle piccole cose e di risolvere i problemi tramite azioni semplici.

È dunque importante quanto mai necessario assicurare il diritto di partecipazione dei bambini a tutte le questioni che riguardano la loro vita, nel gioco come nello studio, in famiglia come nella società. Ma questo può essere garantito dalle Agenzie educative che del bambino si occupano sin dalla primissima infanzia. Deve essere programmato un percorso di crescita che miri all'autodeterminazione del bambino, un processo mirato a rendere capace il soggetto di esercitare influenze sulla propria vita, di compiere scelte, di accogliere il punto di vista altrui e di saper trovare soluzioni pratiche ed immediate a situazioni problematiche. (Batini, Capecchi, 2005)

La partecipazione dei bambini alla vita sociale e scolastica può avvenire a vari livelli e si può manifestare in molteplici forme. Roger Hart, esperto internazionale dei diritti dell'infanzia e della partecipazione, nel 1991 ha elaborato una Scala che misura il grado in cui i bambini vengono coinvolti dagli adulti.

I livelli della Scala della Partecipazione sono otto, raggruppati in due aree, quella della Partecipazione e quella della Non-partecipazione. I primi tre livelli rappresentano forme illusorie di coinvolgimento e riguardano quelle situazioni in cui gli adulti utilizzano i bambini per un proprio tornaconto, per rafforzare un'idea o per fungere da simboli durante incontri pubblici. Entrando, invece, nel merito dei modelli di partecipazione vera e propria, si passa a quelle situazioni in cui i bambini sono investiti di un ruolo all'interno di un progetto, vengono consultati, possono partecipare alla condivisione degli obiettivi e alle decisioni operative del progetto stesso. Il più alto livello di partecipazione si raggiunge quando i progetti sono pensati e gestiti dai giovani i quali coinvolgono gli adulti, dando vita ad un ribaltamento di ruoli. (Hart, 1992)

Riferimenti:

Batini, F., Capecchi, G. (a cura di, 2005), Strumenti di partecipazione. Metodi, giochi e attività per l'empowerment individuale e lo sviluppo locale, Eickson, Trento.

Hart R., (1992), Children's participation. From tokenism to citizenship, Innocenti Essays n°4, UNICEF, Istituto degli Innoce nti, Firenze.

Lorenzo R., (1998), La città sostenibile. Partecipazione, luogo, comunità, Eleuthera, Milano.

Rossi F., (2005), Di chi è la scuola? La partecipazione responsabile dei bambini, Carocci Faber, Roma.

michelalviani@gmail.com

 

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