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Storie, futuro e controllo

storfutcontroll di Federico Batini

Il volume si occupa di come le persone gestiscono e controllano il proprio futuro e le proprie scelte. Per fare delle scelte ed agire di conseguenza è necessario avere dei desideri e dei progetti. La percezione di controllo e di influenza sulla propria vita e sul proprio futuro incide fortemente sulla determinazione e sulla propensione all'azione di ciascuno. Le storie sembrano avere un ruolo decisivo in questo senso facilitando l'autonomia nel dare significato all'esperienza e lo sviluppo di competenze utili a immaginare il proprio futuro e fare scelte. L'orientamento è il principale dispositivo usato per favorire questi processi. Percorsi di orientamento capaci di usare le narrazioni come stimoli e come prodotti rispondono alla nuova funzione attribuitagli. Il ruolo dell'orientamento, infatti, in una società velocizzata e poco stabile è quello di favorire lo sviluppo di competenze di empowerment che consentano di divenire autori della propria vita e della propria identità. Il metodo proposto a questo fine è quello dell'orientamento narrativo.

> Liguori Editore
Pagine: 179
Codice ISBN: 978-88-207-5506-5

ESTRATTO/ANTICIPAZIONE

La condizione delle donne e degli uomini è cambiata, strutturalmente.

Per secoli ogni generazione ha avuto la possibilità (e la presunzione) di insegnare alle generazioni successive come gestire la propria vita, non solo nel senso più semplice in cui siamo abituati a pensarlo, ovvero attraverso il ruolo rivestito dai genitori rispetto ai propri figli, ma in un senso più complesso e sociale: ogni generazione ha ritenuto che il proprio patrimonio di esperienze e valori potesse avere un senso, un senso forte per la generazione successiva ed ha tentato, attraverso una serie di dispositivi pubblici e privati, di facilitare questa trasmissione.

Il senso risiedeva nelle pratiche: saper fare delle cose serve, impararlo in un ambiente protetto mette al riparo da errori e delusioni. Ciò che si sapeva fare avrebbe continuato ad essere utile per la generazione successiva che innestava piccoli mutamenti in questi comportamenti; il senso risiedeva nei significati da assegnare alle esperienze, alle azioni proprie e degli altri, alle relazioni, a ciò che incontriamo: consegnare dei repertori di senso attraverso i quali è possibile sapere con certezza che cosa è bello o brutto, che cosa è onesto e disonesto, che cosa è conveniente e sconveniente, che cosa è giusto e cosa è ingiusto, cosa significa essere coerenti e cosa significa essere incoerenti... aiutava a costruirsi un quadro di valori, un orizzonte morale, a dare significato ed intenzione ai propri comportamenti, a prendere delle decisioni, a tenere insieme un'identità. In ogni cultura per fare questa operazione si è attinto a patrimoni di tipo sociale, condivisi attraverso la cultura stessa, e a patrimoni familiari ed inviduali (a loro volta nutriti da tutti i precedenti).

Il mezzo utilizzato per veicolare senso, significato e pratiche erano le narrazioni, in tutti i sensi in cui queste potessero essere intese. Come hanno dimostrato negli ultimi anni i neuroscienziati, le narrazioni sono così radicate nelle nostre culture da inscriversi nel nostro cervello sino a modificarne sinapsi e legami neurali (Lakoff, 2009). Le grandi narrazioni religiose e politiche (Lyotard, 1981), molto presenti anche nella vita quotidiana (attraverso piccole porzioni delle stesse o dei precetti che se ne derivavano, anche quando se ne era rimossa l'origine), sino a pochi decenni fa, aiutavano a collocarsi nel mondo e ad attribuire significato agli eventi sociali, inscrivendo se stessi in quelle narrazioni ed in quei significati disponibili; le narrazioni familiari e della rete relazionale ristretta consentivano la produzione di significati anche rispetto agli eventi ed alle azioni quotidiane. Tutte queste narrazioni disponibili condizionavano, senza che ce ne accorgessimo, le nostre scelte ed il nostro agire nel mondo. Le narrazioni di cui fruiamo continuano, oggi, ad alimentare il processo attraverso il quale produciamo significati, facciamo scelte, immaginiamo il futuro, pensiamo agli altri e li giudichiamo, ci relazioniamo con loro (Batini, Giusti, a cura di, 2010; Batini, Fontana, 2010).

Negli ultimi decenni il compito storico che ogni generazione si è assunta nei confronti di quelle successive ha vacillato. Comportamenti e significati mutano con una rapidità che non consente la trasmissione intergenerazionale.

Le narrazioni condivise, le grandi narrazioni non hanno fatto in tempo a rinnovarsi, segnano il passo, lasciando il posto a nuove composizioni ermeneutiche.

Le agenzie ed i dispositivi sociali ed interindividuali hanno faticato ad adeguarsi, spesso pensando che se ci si fosse comportati come se tutto funzionasse come prima, tutto avrebbe funzionato come prima.

Le conseguenze sui singoli soggetti sono molto forti: per la prima volta nella storia ciascuno è chiamato a costruire nel corso della propria vita comportamenti, significati, identità. Nessuno lo fa da solo, certo, ma la regia passa in mano ad ogni generazione per se medesima: quella precedente, con fatica, si sta abituando a comprendere come non incidano più sul mondo i comportamenti ed i significati che si è costruita, ciascuno degli appartenenti ad essa sta ridefinendo la propria identità (quando non si rifugia in comportamenti, significati, identità appartenenti ad un passato che non si vuole lasciare, anche se tutto, intorno, brucia).

Gestire un'esistenza, pensarla, progettarla, fare delle scelte, decidere il proprio futuro e tentare di mettere in opera delle azioni che lo rendano più vicino possibile ai nostri desideri (tentando di tenere a distanza ciò che speriamo non accada), gestire ogni giornata del nostro quotidiano, con i suoi imprevisti e con le sue difficoltà è un compito complesso: il compito più complesso al quale siamo chiamati ed anche, probabilmente, il più affascinante.

Nella maggior parte dei casi, questo processo avviene in modo inconsapevole, con l'illusione, però, della consapevolezza. Attribuiamo un grande valore all'autonomia dei singoli soggetti, al fare scelte consapevoli e, in realtà, funzioniamo in modo .condizionato., ovvero siamo soggetti ai significati e ai ruoli che le narrazioni per noi socialmente disponibili consentono.

Viviamo le nostre narrazioni. La storia vissuta è al centro della moderna teoria della personalità1. I ruoli tipici svolti nelle narrazioni includono l'Eroe, la Vittima e l'Aiutante. Un dottore può essere non solo un medico ma un Medico-Eroe, che salva la vita delle persone. Una donna di casa può vedere se stessa come una Casalinga-Vittima, angariata dal sessismo della società. Un'infermiera può vedere se stessa come l'Aiutante del Medico-Eroe. O invece come una Vittima della Discriminazione Sessuale

in medicina. Un presidente può vedere se stesso come un eroe che riscatta una Nazione Vittima dalla sottomissione a un Dittatore-Cattivo.

Ovvero come chi prende la guida della Battaglia del Bene contro il Male.

I ruoli narrativi che troviamo adatti a noi danno significato alle nostre vite, anche con il colore emozionale che è inerente alle strutture narrative.

Il fatto che riconosciamo queste narrazioni culturali e frame significa che essi sono istanziati fisicamente nei nostri cervelli. Non siamo nati con loro, ma cominciamo a svilupparli presto e, quando abbiamo acquisito le narrazioni profonde, le nostre sinapsi cambiano e diventano fisse.. (Lakoff, 2009, pp. 38-39).

Quale allora la differenza in questo tempo rispetto al passato? Sta proprio nelle narrazioni disponibili. Mentre l'adesione ad una delle grandi religioni o ad una delle grandi ideologie politiche era esplicita (per quanto potessi, ovviamente, aderire per influenza o condizionamento familiare e sociale sapevo, almeno, di aver aderito a qualcosa e mi ci collocavo) o, comunque, riconoscibile (detto in parole semplici, ero consapevole di ritenere vera. una narrazione e che altri non la ritenevano tale), oggi l'adesione a narrazioni culturali è, nella maggior parte dei casi, del tutto inconsapevole.

L'adesione alle grandi narrazioni permetteva di inquadrare i frame (le micronarrazioni o i piccoli schemi narrativi che, combinati insieme, danno forma alle narrazioni più complesse) in un quadro complessivo, sia riguardo a noi medesimi (consentendoci di costruire un'identità che non confliggesse con la grande narrazione di riferimento) sia riguardo agli altri (ad esempio giudicandoli a seconda del ruolo che potevano assumere all'interno di quella narrazione). Siamo in parte ancora prigionieri di quelle narrazioni in modo inconsapevole tanto che, ad esempio, in Italia, ne utilizziamo ancora i fondamenti per spiegare la nostra situazione politica, (per esempio utilizzando delle opposizioni valoriali tra la nostra parte politica e l'altra che difficilmente trovano riscontro nelle pratiche e nei significati attribuiti alle azioni dai partiti e dai politici)2. Questo accade nonostante vi siano state altre grandi narrazioni che hanno dovuto combinarsi con le stesse e, almeno in parte, ristrutturarle (ad esempio la prima Tangentopoli ha veicolato una narrazione piuttosto condivisa sia da cittadini di destra che di sinistra che potremmo semplificare in: i politici sono tutti disinteressati ai cittadini e, quando possono, approfittano del loro ruolo)3.

Oggi le narrazioni più potenti (e più facilmente accessibili nel mondo nord-occidentale) sono quelle veicolate dalle grandi agenzie narrative, su tutte la televisione e, in misura lievemente minore, il web. Queste narrazioni sono facilmente comprensibili, si rifanno alla nostra esperienza ed, al tempo, la costruiscono (proprio perché ampiamente condivise) e, tuttavia, l'adesione alle stesse, in termini generali, non è, se non in misura minima, consapevole.

Quelle narrazioni permettono di costruire dei significati, di orientare le nostre azioni e le nostre scelte (e dunque la direzione da dare al nostro futuro), in misura molto maggiore di quanto crediamo normalmente.

Si passa dunque da grandi narrazioni che le generazioni apprendevano e poi tramandavano a quelle successive, a micronarrazioni da combinare tra loro individualmente (e relazionalmente). Il processo che serve per far diventare consapevoli e volontarie queste combinazioni, frutto di scelte e non di adesioni automatiche, deve essere portato alla luce.

L'area della scelta, quella dell'identità e quella del controllo del futuro interrogano l'orientamento, come si chiarirà nella seconda parte del volume, e in particolare i modi in cui l'orientamento diventa, all'interno dei modelli formativi, autorientamento.

Cercando di rintracciare, trasversalmente, rapporti tra storie, identità, scelte, futuro e controllo si è approdati alla terza parte nella quale si propone, come sintesi delle prime due, il metodo dell'orientamento narrativo.

Il compito che si propone l'orientamento narrativo è proprio questo: renderci consapevoli delle narrazioni che utilizziamo, per modificarle, arricchirle, aumentare, attraverso il ricorso ad altre narrazioni, le possibilità che esse ci danno di compiere scelte consapevoli in un tentativo di diventare autori e non fruitori della nostra vita, con lo scopo di esercitare un controllo sul nostro futuro.

Le narrazioni, inoltre, se frequentate, utilizzate, se si impara, insomma, a riconoscerle ed usarle in modo non univoco ed automatico, ma plurale e consapevole, ci offrono la possibilità di comprendere gli altri e di negoziare con loro i significati da attribuire.

Le narrazioni permettono di attribuire significati, facilitano i processi di costruzione dell'identità, sviluppano competenze, sono belle e piacevoli, aiutano a superare le difficoltà.

Le narrazioni profonde possono essere attivate insieme in gran numero.

Non possiamo comprendere gli altri senza l'aiuto di queste narrazioni culturali. Ma cosa più importante, non possiamo capire noi stessi chi siamo, chi siamo stati e dove vogliamo andare senza riconoscere le narrazioni culturali e scoprire in che misura vi corrispondiamo. Vediamo noi stessi come se avessimo solo le scelte definite dai frame e dalle narrazioni culturali del nostro cervello. E viviamo le scelte delle narrazioni fatte per noi dal nostro cervello senza esserne consciamente consapevoli.. (Lakoff, 2009, pp. 39-40).

Il fatto di trovare riscontro ad una pedagogia dell'orientamento centrata su basi narrative (Batini, Salvarani, 1999a; 1999b; Batini, 2000a; 2000b; Batini, Zaccaria, a cura di, 2000; Batini, Del Sarto, 2005; Batini, Giusti a cura di, 2009; Batini, Giusti, a cura di, 2010) nelle recenti scoperte delle neuroscienze (Rizzolati, Vezza, 2007; Iacoboni, 2008; Lakoff, 2009) incoraggia al cambiamento di paradigma dell'orientamento. Nonostante vi siano ormai molti metodi e strumenti di orientamento disponibili, essi suppongono, sia quelli maggiormente direttivi, che quelli più centrati sulla rilevazione delle competenze o sulla rilevazione delle attitudini (e indipendentemente dal coinvolgimento minore o maggiore degli utenti nel processo), che i soggetti (o, peggio, gli orientatori per loro) possano compiere singole scelte coscienti, razionali e consapevoli, che le narrazioni su noi stessi e sul nostro contesto dalle quali attingiamo per compiere delle scelte siano, in qualche modo, oggettive o oggettivabili e siano, o possano emergere, al livello della consapevolezza.

Persino nei modelli consulenziali odierni, quelli per i quali l'orientamento ha il compito di accompagnare e facilitare dei passaggi, delle transizioni, delle scelte, il concetto di scelta adeguata è fondamentale (il che implica, ovviamente, il ricorso alla consulenza ogni qualvolta il soggetto sia in situazione di scelta o necessiti di "fare il punto" sulla propria vita).

L'orientamento narrativo non suppone una scelta adeguata, non prefigura un orizzonte di senso univoco, non pensa di poter asserire che vi sia una scelta giusta ed una scelta sbagliata, crede invece che la costruzione della storia di vita (formativa, professionale, esistenziale) di un soggetto richieda delle competenze che permettano una sensazione di controllo, una percezione di efficacia, la capacità di manipolazione delle narrazioni interne ed esterne per l'attribuzione di senso e significato da parte del soggetto medesimo, in direzione di una sorta di disvelamento e costruzione di se stessi e della propria esistenza. Si tratta di un processo ricorsivo che si svela e si modifica strada facendo, ma che pone il soggetto al centro della storia come autore e protagonista della propria biografia. L'accento va posto, in questo ambito, sul primo dei due ruoli; anche Truman, per citare una metafora narrativa di matrice cinematografica che ha riscosso molto successo, è il protagonista della propria vita, ma si ribella a chi ne è l'autore per diventarne autore egli stesso, il protagonista che recita un ruolo senza esserne cosciente è una narrazione metaforica che veicola interessanti interpretazioni (avvertimenti?) possibili per una società narrativa come la nostra.

Non si dà, in poche parole, scelta adeguata senza che il soggetto ne sia consapevole e la percepisca come un miglioramento, non è possibile pensare all'esercizio di controllo sul futuro, sulla propria vita e sulle proprie scelte senza benessere e consapevolezza, senza non l'adesione, bensì l'autorialità pre-decisionale del soggetto medesimo.

In realtà le narrazioni ci abitano in misura molto maggiore di quanto crediamo (spesso senza che ne abbiamo coscienza) e, vista la quantità di narrazioni disponibili, un compito fondamentale diventa la capacità di usarle, di sceglierle, di modificarle, di conoscerle, di costruirle in modo plurale, per comprendere noi stessi e gli altri, per immaginare il futuro che vogliamo ed iniziare a costruirlo.

Come è possibile essere vivi e non interrogarsi sulle storie di cui ci serviamo per ricucire questo posto che chiamiamo mondo? Senza storie, il nostro universo non è altro che pietre e nuvole e lava e tenebra. È un paesino raso al suolo da ondate di acqua calda che non lasciano traccia di quanto esisteva prima. (Coupland, 2010, p. 13).

1 La teoria della computazione neurale suggerisce che i nostri cervelli favoriscano l'utilizzo (prevalentemente a livello non cosciente) delle storie per costruirci come identità e personalità, per inserirci dunque in una narrazione nella quale dovremmo, secondo gli schemi, i ruoli e i significati disponibili, collocare anche noi stessi.

2 Non sarà un caso se molti politici tendono a presentare la propria battaglia politica (già utilizzare .battaglia. è una metafora pregnante) come una .battaglia del Bene contro il Male., facendo riferimento ad uno schema narrativo consolidato e presente in tutte le culture anziché preoccuparsi di fornire ai cittadini elementi concreti relativi alle politiche (che si ha intenzione di promuovere o già messe in atto) per consentire loro di giudicare e compiere delle scelte in autonomia.

3 Non sarà un caso che personaggi politici che sono proprio il frutto di quel momento storico si siano presentati (ed in parte continuino a farlo) con una narrazione opposta, come antidoto alla deriva della politica stessa, alla corruzione, all'interesse privato nell'agire politico. Parrebbe impossibile eppure la costruzione di narrazioni efficaci fa sì che sia possibile aderire inconsapevolmente a queste storie e collocarvisi dentro credendoci. 

RECENSIONI:

Questo volume si occupa di come le persone gestiscono il proprio futuro e le proprie scelte, in un contesto come quello odierno nel quale la molteplicità delle influenze culturali, delle proposte e delle soluzioni confondono le nostre identità e rendono le scelte da una lato maggiormente ampliate dall’altro più difficili da afferrare e comprendere. Nella prima parte del libro si parla del controllo che hanno le persone sulle proprie azioni e sul fatto che “il futuro non è più quello di una volta” (pag. 25) in quanto ci sono stati molti cambiamenti nella società attuale, rispetto anche solo alla generazione dei nostri padri. La nostra società è la società del cambiamento, ma soprattutto della velocità del cambiamento, nella quale le persone non hanno più modelli a cui riferirsi o devono riferirsi dinamicamente a modelli in rapido mutamento perdendo i riferimenti culturali che in passato erano più evidenti e stabili sostituiti da soggetti narrativi moderni che risultano più complessi da seguire e perseguire. I giovani non possono prendere come punto di riferimento i propri genitori, perché, mentre i loro genitori a trenta anni erano già adulti, avevano un lavoro che sarebbe stato quello della loro vita, si erano sposati e avevano già figli, i trentenni di oggi vivono ancora con i loro genitori, vivono nel precariato e non hanno una propria famiglia. Come sottolinea l’autore oggi non c’è più un passaggio alla vita adulta, perché prima il passaggio era quando un giovane si faceva una famiglia; ma ora? Oggi non ci sono più religioni e ideologie, nelle quali ognuno di noi focalizza la propria identità; oggi vi è una perdita di identità e senza di essa è difficile essere orientati verso un qualcosa. E’ un processo circolare questo, in quanto non si ha orientamento senza identità, ma non si può avere una identità senza essere orientati verso qualcosa. Nella nostra società ci viene chiesto continuamente di costruire molteplici identità e quindi ci viene chiesto di fare una scelta che è sempre più individuale. Fare ciò senza cadere nella confusione è una cosa sempre più complicata; posso acquistare delle identità già pronte, come ci suggerisce l’autore, inserendomi nelle storie offerte dalle agenzie narrative o costruire la mia identità attraverso un insieme di porzioni di storie. Sono le competenze narrative allora a tenere insieme i micro-racconti che formano la nostra identità, sono esse che ci aiutano a fare delle scelte su chi vogliamo essere. Si entra così nella seconda parte del libro, in cui si parla più specificatamente del pensiero narrativo, che è essenziale per poter comunicare con gli altri e per ordinare la propria esistenza, e si può sviluppare grazie a letture, confronti, discussioni e molto altro, ma si parla anche e soprattutto dell’orientamento. L’orientamento è sempre stato associato alle scelte scolastiche e professionali, ma oggi l’orientamento è in tutta la vita e non dobbiamo confonderlo con un processo solo informativo o che richiede semplicemente una soluzione da esperti. L’orientamento narrativo, argomentato nella terza parte del libro, è un percorso di evoluzione individuale ideato originariamente nel 1997 dallo stesso Batini, e si propone di analizzare come e in che misura le narrazioni contribuiscono allo sviluppo di competenze individuali e all’accrescimento della capacità di fare scelte orientando la propria vita verso obbiettivi consapevoli. Punto di arrivo dell’orientamento narrativo è l’empowerment, cioè la padronanza e la fiducia delle proprie capacità, per permettere di diventare autore della propria vita. Il libro esprime concetti interessanti e utilizzabili da ciascuno di noi nel quotidiano, espressi in maniera comprensibile, senza termini particolarmente specifici, di modo che anche chi non conosce la materia del trattato riesce a leggerlo in maniera scorrevole. La lettura di questo volume è stimolante in quanto ci fa capire come ciascuno di noi può diventare narratore della propria vita e autore consapevole delle proprie scelte.
Lisa Paolucci

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