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"Disgusto e umanità. L'orientamento sessuale di fronte alla legge" di Martha C. Nussbaum

"Disgusto e umanità. L'orientamento sessuale di fronte alla legge" di Martha C. Nussbaumdi Arianna Mattioli

Disgusto e Umanità, due sole parole, un intero cammino dell'omosessualità a partire dall'antica Grecia fino ad arrivare alla società odierna; due sole parole, due politiche: quella della discriminazione, dell'odio, dell'emarginazione, della classificazione di un gruppo da cui doversi necessariamente salvaguardare, contrapposta a quella del rispetto, dell'empatia, dell'immaginazione, dell'eguaglianza.

"Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, che fra questi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità" (Dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti d'America). Questo è ciò che la studiosa americana Martha C.

Nussbaum propone al lettore come punto di partenza della sua analisi: tutti i cittadini, in quanto tali, hanno eguale valore e dignità; non importa se il colore della loro pelle sia bianco o nero, se adorino un Dio che non è il nostro, se siano disabili, ritardati mentali, donne o omosessuali; è comunque costituzionale che venga rispettato il loro diritto di scegliere le azioni ritenute più significative, di essere liberi, liberi di intraprendere un loro personale percorso con il fine ultimo di essere felici.

In realtà per l'uomo è sempre stato difficile fare i conti con la sua parte animalesca, con l'istinto che lo spinge a volersi imporre su chi è più debole o facilmente attaccabile: donne, ebrei, persone di colore, dalit, si è sempre definito un gruppo da subordinare e da etichettare come inferiore e pertanto perseguibile dalla legge. La scrittrice instaura in tal senso un trait d'union tra i molteplici avvenimenti del passato e le attuali privazioni nei confronti degli omosessuali dimostrando che, in maniera del tutto anticostituzionale, è stata annientata la loro libertà di perseguire il significato intimo dell'esistenza.

"Sono esseri disgustosi, paragonabili al fastidio provato di fronte a secrezioni corporee, rifiuti organici, materia in decomposizione" (Paul Cameron). Questo è il modo in cui gli uomini americani ma anche la popolazione maschile inglese, percepiscono i gay; si sentono penetrati internamente, oggetti di contaminazione, sogni erotici di altri uomini.

Fantasia è la parola chiave: gli omosessuali in realtà non commettono alcun reato, non sono trasgressori, neppure stupratori o assassini; l'unica "colpa" che può essere loro attribuita è quella di indirizzare il loro amore e, perché no, il loro desiderio, verso persone dello stesso sesso. Si tratta di un processo che si realizza unicamente nella mente dell'uomo che percepisce il bisogno di demarcare i propri confini.

Esiste però un rimedio alla cosiddetta Politica del Disgusto, ed è proprio la Nussbaum ad esporcelo: è l' Umanità nel senso Ciceroniano di vedere l'altro come una persona dotata di una coscienza, di immaginare quali obiettivi stia tentando di perseguire, di comprendere il suo cammino di ricerca verso la felicità.

Coinvolgente e appassionante questo primo incontro con la scrittrice, una donna che argomenta le sue tesi in maniera chiara e coincisa, che non ha timore di far passare il suo pensiero riguardo al mondo dell'omosessualità e che letteralmente trasporta il lettore all'interno della sua dimensione, luogo di eccitazioni, trasgressioni, passioni incomprese ma anche di orrori, in cui le persone vengono derise, denigrate, pestate e mutilate nell'anima. Offre inoltre molteplici spunti di riflessione ponendo l'attenzione sulla Dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti d'America e dimostrando come in realtà la stessa Legge, di fronte a simili discriminazioni, non badi all'uguaglianza degli individui e alla loro ricerca di libertà, ma alla limitata visione popolare.

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Orientamento

di Simone Cini

Le cose che sono scritte qui sotto sono appunti buttati giù qualche tempo fa. Devono essere presi come tali quindi pieni di refusi, sbaffature, imprecisioni, contraddizioni. Ripeto che sono cose buttate giù così. Qui si va da "Che vuol dire orientamento?" a "E quindi?"

CHE VUOL DIRE ORIENTAMENTO?

Vedremo come l'evolversi delle varie teorie sulla persona vanno, insieme ai cambiamenti che colpiscono l'ambiente economico e sociale, a costruire la scena su cui acquisterà senso l'orientamento dalla sua nascita, all'inizio del secolo scorso, ai nostri giorni.

Ci introdurremo con una brevissima premessa.

Tutti sappiamo cosa è una bussola, ci indica costantemente il Nord permettendoci di individuare gli altri punti cardinali e, di conseguenza, la direzione.

Questo non vuol dire che il Nord è la nostra direzione anzi, è possibile che la direzione da prendere sia addirittura quella opposta.

Come erano fatte, tempo fa, queste bussole? Quante definizioni per una parola? Com'è cambiato nel tempo il suo significato?

Sono due domande che è necessario porre prima di entrare nel merito dell'orientamento narrativo.

L'ORIENTAMENTO AI TEMPI DEI NONNI DEI NOSTRI NONNI

C'era bisogno ai tempi dei nostri trisnonni, diciamo da prima della rivoluzione industriale all'inizio del novecento, di fare e ricevere orientamento?

Non sapremmo rispondere con certezza, quello che però potremmo dire è che l'architettura sociale di tipo rurale o artigianale – i bisogni delle persone, l'educazione, la famiglia – favoriva il passaggio dei mestieri all'interno delle mura domestiche.

Non c'era tanto da scegliere, solitamente i passaggi erano lineari e generalmente al padre succedeva il figlio – padre contadino e figlio contadino, padre artigiano e figlio artigiano – e la necessità era soprattutto quella di apprendere quel mestiere. Per le donne poi era sovente assicurato un posto in diretta discendenza dalla madre.

Quello che era richiesto era di apprendere un mestiere e quelle modalità operative sarebbero rimaste sostanzialmente invariate per il resto della vita.

Con l'avvicinarsi ai primi del novecento l'elemento vocazionale, forse per l'accrescersi delle istanze educative ed le nuove necessità sociali, comincia sempre di più a farsi largo.

L'UOMO GIUSTO AL POSTO GIUSTO

Siamo all'inizio del '900 e comincia ad affacciarsi, nei maggiori paesi industrializzati, il bisogno di applicare in maniera scientifica e sistematica modelli di orientamento.

Questi, avvalorati dalla psicologia sociale, avrebbero consentito di riconoscere e ordinare ciò per cui ciascun individuo fosse predisposto.

Le basi psicologiche dell'orientamento pongono attenzione, come abbiamo detto, alle attitudini, cioè a quelle caratteristiche che consentono ad ogni soggetto, attraverso l'addestramento, di acquisire nuove abilità e nuove conoscenze.

È l'inizio della società tecnico-industriale che richiede un livello superiore di conoscenza dell'universo del lavoro, maggiori quantità di informazioni in un mondo produttivo dove i percorsi possibili vanno a moltiplicarsi e a complessificarsi.

C'è bisogno di ricoprire nuovi ruoli, l'industria attiva nuovi processi produttivi che richiedono nuove forme professionali. Pensiamo alle catene di montaggio che Henry Ford, quello delle macchine, introduce nelle aziende.

Non si parla più di mestiere ma di impiego accentuando la centralità del posto di lavoro rispetto all'operatore.

Come diceva il titolo di questo paragrafo si guardava all'orientamento come alla soluzione di un puzzle, c'erano degli spazi vuoti che dovevano essere riempiti, l'orientatore doveva soltanto individuare i pezzi adatti e inserirli.

C'era poco spazio per i giovani di decidere e gli aspetti più generali della psicologia dei soggetti era marginale.

Tale ricerca era certamente tesa alla soddisfazione delle necessità delle persone ma, innanzitutto, voleva favorire lo sviluppo dell'economia della nazione. Ripetiamo che è il posto ad essere centrale, è l'interesse economico.

Tali metodologie troveranno sfogo, e avranno la loro massima applicazione, a cavallo tra le due guerre mondiali in ambito militare.

Questo tende ad esaltare come, in un ambiente fortemente gerarchico, l'applicazione di tali forme di orientamento fossero privilegiate.

La guerra non è una forma di vocazione, c'è soltanto da obbedire a degli ordini, chi sa sparare ai fucili, chi sa cucinare al rancio, chi pilotare un aereo in aviazione. Non c'è molto tempo per apprendere nuove cose. Un posto un uomo.

ATTITUDINI, MOTIVAZIONI E BISOGNI

Soltanto a cavallo tra gli anni cinquanta e settanta appare anche nell'orientamento uno degli strumenti più conosciuti, il colloquio. Anche questo è un sintomo della centralità che lentamente va ad occupare il soggetto; c'è bisogno oltre che di conoscere le sue attitudini anche di indagare le sue motivazioni e i suoi bisogni.

Comincia a farsi vedere la necessità di cercare gli elementi più profondi della personalità dei soggetti in modo da includerli nella costruzione di quel progetto.

LA DIMENSIONE EDUCATIVA E L'ORIENTAMENTO PER TUTTA LA VITA

È soltanto negli ultimi trent'anni che cominciamo a individuare l'orientamento come una possibilità di accompagnamento offerta alla persona nella costruzione di un proprio progetto di vita mediante la valutazione di appropriati percorsi scolastici e lavorativi.

La prassi dell'orientamento è oggi assai più diversificato, l'evoluzione rapidissima che ha subito la società ha richiesto in primo luogo di non limitarlo al passaggio dalla scuola al lavoro. Si parla difatti, esattamente come si fa per l'educazione, di offrire percorsi di orientamento che siano utilizzabili dai soggetti in ogni momento della vita e non di eventi sporadici che in maniera predeterminata vengano messi a disposizione.

Questo perché si guarda all'uomo come un essere che attraversa in maniera attiva dei ruoli, professionali e sociali per esempio, strettamente connessi e non come un essere scisso tra ruoli assolutamente separati.

La comprensione di questa forte relazione richiede che le persone siano in grado di definire in maniera autonoma le direttrici della propria crescita.

ANCORA PIÙ VICINI

Ci è difficile comprendere l'agire delle persone ignorandone le intenzioni e contemporaneamente capire queste ultime se ignoriamo gli scenari nei quali queste avvengono.

Certe parole, nella nostra contemporaneità, assumono un forte valore sia a livello emotivo che razionale.

Pensiamo a vocaboli come flessibilità, mobilità, globalizzazione, pensiamo a quali sono le emozioni che ci provocano, a quali sono le sensazioni che proviamo nel momento in cui ci rendiamo conto di essere immersi in una società che sul loro significato si fonda.

Adesso fermiamoci e razionaliziamo, per quanto ci è possibile, tutto questo.

Siamo sicuri di conoscere bene i significati di quelle e di altre, innumerevoli, parole? Siamo sicuri che il senso, che noi pensiamo di conoscere, non sia più sfuggente ed etereo di quanto crediamo?

C'È GRANDE CONFUSIONE SOTTO AL CIELO...

Quello che prima era il lavoro, e che presumibilmente sarebbe durato per tutta la vita, si ritrova ad essere un concetto troppo piccolo e lontano, troppo "ambizioso" e diventa più pertinente parlare di lavori.

A livello soggettivo assistiamo all'innalzamento del grado di complessità delle storie individuali, all'aumento dei livelli d'incertezza attraverso gli intrecci e la perdita di riferimenti che servivano ad attribuire certezze, o se vogliamo continuità, alla vita delle persone.

Pensiamo a come tutti quei riti di passaggio che prima scandivano la nostra esistenza oggi siano sempre più sfuggenti.

Studio e lavoro non sono più consequenziali e si parla di alternanza tra l'uno e l'altro, di aggiornamento continuo. Quel pezzo di carta che prima ci garantiva lavoro e futuro oggi è soltanto un pezzo di carta che va continuamente riscritto, integrato, riqualificato in certi casi dimenticato. Comunque continuamente adeguato.

Ancora: cambia il ruolo della famiglia. Quella di provenienza è il rifugio, il luogo in cui si consacrano i trent'anni, tana accogliente e sicuro dalla quale è difficile staccarsi, ma anche luogo spesso stretto e invadente.

Il tentativo di costruzione di una famiglia propria assume le sembianze di un'avventura. Come le favole nelle quali, prima di baciare la principessa, c'era da affrontare delle prove. Ma quelle prove erano conosciute: il solito drago, la solita strega, l'inevitabile millenario e buio bosco. Cominciavano nel momento in cui qualcuno ci diceva "c'era una volta..." e si concludevano con dei personaggi che sarebbero vissuti felici e contenti. E adesso?

L'inizio è identico ma ci sono trasformazioni importanti nella storia e nel finale: i mostri e le magie si mescolano, buoni e cattivi hanno facce e comportamenti che me li fanno sembrare tutti uguali e gli strumenti che abbiamo per affrontarli non sono più adeguati, e scopriamo di avere tutte le caratteristiche e le insicurezze che hanno spinto la strega ad essere così cattiva. E ci fa tremare il pensiero che anche la principessa porti con se tutto questo malessere.

Quante volte abbiamo sentito: "Finché starai sotto al mio tetto..." e poi lamentarsi di come "Ai miei tempi a quell'età io già ero... già facevo... già avevo...". Certo altri tempi e altri spazi a disposizione delle persone.

Come se tutto ciò non bastasse a questo bisogna aggiungere la velocità con cui si diffondono le conoscenze e insieme a come il moltiplicarsi delle stesse rischia di metterci fuori gioco. L'esempio più banale, e attuale, è l'informatica che nel giro di vent'anni a creato nuovi analfabeti.

O ancora peggio l'ingovernabilità delle informazioni e del sapere.

Immaginiamoci di entrare dentro una biblioteca alla ricerca di notizie e trovare tutti gli scaffali vuoti. Quante informazioni si troverebbero?

Immaginiamoci, adesso, di entrare dentro la stessa biblioteca alla ricerca delle solite informazioni e trovare gli scaffali ricolmi di libri ma non avere a disposizione gli strumenti per cercare. Non avremo lo stesso risultato di prima?

Questa è, almeno nella maggioranza del mondo occidentale, la nostra condizione. Abbiamo a disposizione un'infinità di sapere, di notizie ma spesso mal organizzate: nelle scuole c'insegnano saperi scissi e la realtà che ogni giorno ci viene proposta o che scopriamo ci dice tutto il contrario, ci parla di sovrapposizioni e di contaminazioni.

Uno di noi quando era molto piccolo andava con i genitori sulla neve e, premura di madre, era sempre protetto da guanti e occhiali da sciatore. Quando gli veniva chiesto come era la neve rispondeva "...nera nera e calda calda...". Immaginatevi il suo stupore quando gli tolsero quelle protezioni.

...E ANCHE DENTRO DI ME

A volte uno si crede incompleto / ed è soltanto giovane

Italo Calvino

All'interno di questo palcoscenico una delle sfide più difficili che ci troviamo ad affrontare è quella di rimanere noi stessi. Ma prima di pensare al nostro benessere, a salvaguardare la nostra stabilità, che non vuol dire rigidità o resistere ai cambiamenti ad ogni costo, è necessario fare una riflessione.

L'identità appare come qualcosa d'instabile che cerca la stabilità e che assume più che altro la forma di flusso, di un qualcosa che non ha interruzioni.

Potremmo, con molta attenzione, paragonarla ad un vetro che, appena fatto, ha uno spessore costante ma che con il passare del tempo va ad assottigliarsi in alto e ad acquistare spessore in basso. Nel centro le molecole rimangono apparentemente stabili, è uno strato sottile ma significativo, sulle due facce c'è questo scorrere per gravità, da una parte la nostra vita sociale, le regole, i diritti e doveri, gli amori e tant'altro, dall'altra il nostro intimo, le riflessioni, i pensieri, capacità e possibilità che addirittura non sappiamo di possedere. Tutte queste cose sono strette in una fitta e inscindibile rete che avvolge la nostra esistenza.

Lo strato più interno è costituito dal risultato di quelle dinamiche che in età precoce ci hanno portato alla capacità di sentirci costantemente reali, vivi, la forza di gravità è l'insieme di quello che ci colpisce e che – consapevolmente o meno – è significativo, le due facce sono rispettivamente i luoghi da cui guardo il mondo e da cui il mondo guarda me.

In questa "lotta" cerchiamo di costruirci in maniera coerente e gratificante andando avanti per piroette: nel momento in cui poniamo attenzione al presente subito ci affacciamo verso le novità, verso il cambiamento, lanciando uno sguardo verso il passato.

Il rischio è che tutte queste capriole ci facciano girare la testa e che quindi ci ritroviamo a barcollare senza più possedere la capacità di decidere la nostra direzione.

Dobbiamo allora salvaguardare l'intenzionalità, la possibilità di scelta che ci consente di perdere l'equilibrio quando decidiamo noi – a chi non piace perdersi ogni tanto? – che ci permette di prendere in mano una parte importante, la maggior parte, della nostra vita.

Riassumendo: possiamo rappresentarci come un libro che viene scritto giorno per giorno da me e dagli altri, altri personaggi che riescono a rappresentare le realtà che viviamo o immaginiamo.

Avviene spesso che le parole escono dalle pagine e vanno a stamparsi su altri libri, di altre persone, creando intrecci e legami sociali.

Immaginiamoci di vedere la nostra vita da un luogo privilegiato. Da un palco, come a teatro, vediamo noi stessi che recitiamo la nostra vita.

Il sé sociale comincia a farsi vedere immediatamente.

Vivendo ed entrando in relazione con altre persone, con la società, il soggetto comincia a rendersi consapevole di "essere vivo", di essere un animale sociale e si rende conto che gli altri reagiscono alle sue azioni ed alla sua presenza. Assume le caratteristiche dei ruoli che deve ricoprire, figlio, studente, amico e poi lavoratore, genitore ecc.

Il sé sociale è il riconoscimento, l'accettazione, la legittimazione che un individuo riceve dagli altri.

Appare evidente come sia necessario una riflessione sulla propria identità personale e professionale, sociale e formativa.

Chi di noi non ha mai detto "...io quando torno a casa il lavoro lo lascio in ufficio..."?

Voler rendere inavvicinabili due aspetti fondamentali della nostra vita è in realtà impossibile o quanto meno fortemente problematico.

Se alzo una divisione tra due alberi che crescono vicini questi saranno in contatto attraverso le radici, il terreno; è inutile cercare di costruire muri, ce lo insegna la storia del mondo e quella personale, non sono mai serviti anzi, spesso hanno reso la vita delle persone ancora più "invivibile" in cambio di una falsa sicurezza.

E QUINDI?

In questa riflessione abbiamo trovato appoggio anche dalla Commissione Europea per l'Educazione, la Formazione, la Gioventù che nel 1997 avvertiva in un suo rapporto di come fosse impellente "...la necessità di valutare le difficoltà della situazione attuale. Questa si caratterizza per una crisi delle istituzioni tradizionali delle società, in particolare della famiglia e dello Stato.

Questi cambiamenti si accompagnano a tensioni sociali che possono essere più intense nel caso degli Stati nei quali il carattere multietnico si accentua. Queste trasformazioni conducono anche ad una rimessa in causa dei modelli di autorità e di potere, alla perdita dei riferimenti sociali ed ad un individualismo non bilanciato da obblighi sociali. A questo si aggiunge la mobilità delle culture e la crescita delle interfaccia che permettono contatti, i limiti sperimentati dalla prima generazione dei meccanismi multilaterali, i fondamentalismi etnici e religiosi, la povertà relativa di certe popolazioni, la marginalità e l'esclusione..." .

Attorno a queste parole e a questi pensieri si è avviata una nuova, generale, attenzione verso la formazione e l'orientamento. Insistiamo: l'incertezza che grava su alcuni dei principali riferimenti che prima apparivano tanto sicuri e stabili ci spinge ad interrogarci su cos'altro possa sostituirli ed in che modo.

 
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