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"La terza nazione del mondo. I disabili tra pregiudizio e realtà" di Matteo Schianchi

"La terza nazione del mondo. I disabili tra pregiudizio e realtà" di Matteo Schianchidi Marta Beccafico

Il libro affronta il tema della disabilità a tutto tondo: partendo dal contesto sociale attraversa vari ambiti tra i quali lo sport, la scuola, la famiglia, il lavoro, la tecnologia, la cultura, la storia e la politica, fornendo inoltre una distinzione semantica tra menomazione, ( qualsiasi perdita o anormalità a carico di strutture o funzioni psicologiche, fisiologiche o anatomiche), disabilità, ( limitazione o perdita delle capacità di svolgere attività della vita quotidiana a causa della menomazione), e handicap, ( svantaggio sociale derivato dall' avere una disabilità). L' autore ci invita a leggere le nostre anime, a comprendere quale sia l' istinto morboso che, dal 400 a.

C. al nazismo, sino ai giorni nostri, ci ha consentito di sopprimere, ( uccidendo o semplicemente emarginando), milioni di esseri umani considerati mostri e inferiori alla nostra 'perfetta normalità' solo perché diversi da noi. Se domani, passeggiando per la strada, incontrassimo un disabile, fisico o mentale che sia, realizzeremmo all' istante che non siamo poi così diversi da un qualsiasi seguace di Hitler. E ciò non vale solo nei confronti dei disabili, ma di chiunque sia diverso da noi culturalmente e fisicamente. Nel momento in cui la nostra esistenza viene travolta dalla vista di un disabile e ci proiettiamo nella sua condizione, pensiamo immediatamente che preferiremmo non esistere piuttosto che esser morti fisicamente ma vivi psichicamente. Tali meccanismi sono scaturiti da ciò che Sigmund Freud chiamò "il perturbante". L' unica via possibile per fuggire da secoli di emarginazione, esclusione e violenza sembra essere la distruzione di quel muro, quel paraocchi che non ci permette di cogliere l' amore offertoci dall' altro, 'normale' o disabile che sia. Ad oggi solo alcuni aspetti dell' integrazione delle persone disabili sono possibili.

Senza dubbio un disabile vive molto meglio oggi che nel passato, ma non è sufficiente parlare di loro o avanzare con la ricerca tecnologica per far sì che essi siano considerati al pari della normalità. Occorre capire che il disabile è innanzitutto una persona e non viceversa. Portando l' esempio del caso Pistorius possiamo capire come da secoli l' uomo tenda a rendere perfetto ciò che la natura ha creato imperfetto. Tutto quello che è stato fatto finora a livelli di assistenza, politica, abbattimento di barriere architettoniche è solo il substrato di una completa integrazione. Oltre alla forma è necessaria la sostanza: dobbiamo essere capaci di trattare una persona disabile come tratteremmo una qualsiasi persona 'normale'. Nel mondo ci sono circa 650 milioni di disabili, in Italia sono almeno 6 milioni e queste cifre dovrebbero indurci a riflettere sulla necessità di una perfetta integrazione. Di disabilità si parla in tanti modi; il mondo è intriso di stereotipi e pregiudizi che creano ghetti all' interno del tessuto sociale. Il fatto che non esista una definizione universale di disabilità non solo impedisce all' Istat di effettuare una precisa stima delle persone disabili, (in Italia), ma ci offre già un assaggio della discriminazione che ruota attorno al disabile. L' autore affronta in profondità il tema e allo stesso tempo fornisce dati quantitativi e storici ben precisi servendosi di molte e attendibili fonti. Invito chiunque voglia dare uno sguardo alla realtà che ci circonda, a leggere questo libro.

Animazione

Molti insegnanti, operatori, maestre di scuole materne e elementari, animatori di comunità, dopo aver parlato per molte ore in classe, durante convegni, in contesti di formazione...
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Partecipazione

di Michela Alviani

"Vogliamo la partecipazione attiva dei ragazzi: maggiore consapevolezza e rispetto fra le persone di ogni età verso il diritto di ogni bambino di partecipare pienamente, nello spirito della Convenzione sui diritti dell'infanzia," era il grido di Severn Cullis-Suzuki, 13 anni, rivolto ai delegati delle Nazioni Unite presenti al Summit della Terra del '92.

I diritti di partecipazione dei bambini rientrano nella più ampia gamma di tutele indicate nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo sancita dall'ONU il 10 dicembre del 1948. Questi diritti "sono concessi alle persone solo in virtù del fatto che sono esseri umani" (OMS,2004).

Sulla stessa linea si trova Ban Ki-Moon, il Segretario generale dell'ONU, che, in occasione della giornata dei diritti umani, il 10 dicembre 2011, ha lanciato il seguente messaggio:

"I diritti umani appartengono a ciascuno di noi senza eccezioni. Se non li conosciamo, se non pretendiamo che vengano rispettati e se non difendiamo il nostro diritto, e quello degli altri, ad esercitarli, rimarranno solo parole vuote in un documento scritto decine di anni fa" (A.A. V.V. 2011).

Esattamente come gli adulti, i bambini godono di diritti fondamentali: hanno bisogno di nutrirsi, di vestirsi, di una casa, di cure e di protezione. Hanno inoltre il diritto di imparare e di esprimere la propria opinione, e anche quello di divertirsi.

Chiaramente bisogna creare un terreno adatto affinché possa svilupparsi un ottimale processo partecipativo, come ad esempio l'accesso ad una buona informazione e l'utilizzo di spazi, procedure e strumenti che incoraggino, piuttosto che intralciare, il coinvolgimento dei bambini.

Per quanto concerne il diritto al gioco, questo non va negato neanche qualora ci sia necessità di ricoverare un bambino in ospedale.

Uno degli articoli della Carta dei diritti dei bambini e degli adolescenti in ospedale recita così "I bambini e gli adolescenti devono avere quotidianamente possibilità di gioco,ricreazione e studio - adatte alla loro età, sesso, cultura e condizioni di salute - in ambiente adeguatamente strutturato ed arredato e devono essere assistiti da personale specificatamente formato per accoglierli e prendersi cura di loro." (ABIO, 2007)

In riferimento agli spazi educativi che i bambini quotidianamente frequentano, va tenuto conto, nel momento della progettazione e/o disposizione degli ambienti, del diritto di frequentare un ambiente vivibile, funzionale alle loro particolari esigenze e al loro bisogno di sperimentare. Tutto ciò richiama il diritto al gioco e ad una corretta fruizione del tempo libero, il quale andrebbe vissuto con spontaneità e non sulla base di bisogni indotti. La formula della partecipazione dei bambini alla progettazione dei propri spazi di vita risulta, dunque, essere la più adatta per rispondere a queste esigenze.

Anche in situazioni di gravissima povertà e in zone di guerra, in bambini non rinunciano a reclamare il diritto di giocare, di sorridere, di avere dei luoghi belli e tranquilli in cui incontrarsi, impersonando così la speranza per una condizione di vita migliore e più dignitosa. (Hart, 1992)

Riferimenti:

A.A. V.V., (2011), Ban Ki-Moon: "Ancora troppa repressione". L'appello per la giornata dei diritti umani, quotidiano La Repubblica, del 10-12-2011.

Baraldi C., (2001), I diritti dei bambini e degli adolescenti: una ricerca sui progetti legati alla 285, Donzelli, Roma.

Bobbio N., (1992), L'età dei diritti, Einaudi, Torino.

Fondazione ABIO, (2007), Fondazione italiana per il bambino in ospedale.

Harrison G., (2010), "Antropologia e diritti umani dei minori di età", in: Cittadini in crescita, n°3, Centro nazionale di documentazione e analisi per l'infanzia e l'adolescenza, Istituto degli Innocenti, Firenze.

Hart R., (1992), Children's participation. From tokenism to citizenship, Innocenti Essays n°4, UNICEF, Istituto degli Innocenti, Firenze.

Lansdown G., (2001), Promuovere la partecipazione dei ragazzi per costruire la democrazia, UNICEF, Istituto degli Innocenti, Firenze.

OMS, (2004), ICF versione breve: Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute, Erickson, Trento.

 

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